La degustazione

Follador, la famiglia che dal 1769 custodisce e fa crescere le colline del Prosecco

Follador, la famiglia che dal 1769 custodisce e fa crescere le colline del Prosecco

L’assaggio dei vini dell’azienda nel cuore del Conegliano Valdobbiadene, che partendo dalla tradizione ha saputo profondamente innovare

3 minuti di lettura

Nel cuore delle colline di Conegliano Valdobbiadene, Patrimonio Unesco, nasce e si rinnova da oltre due secoli la storia della famiglia Follador. Una dinastia del vino che, dal 1769, custodisce con passione il legame profondo tra uomo, vite e territorio, trasformandolo in una visione contemporanea del Prosecco Superiore. Tra vigneti eroici, antichi casolari e il rigore di un metodo enologico – il Metodo Gianfranco Follador – la cantina interpreta la tradizione con spirito innovativo e sguardo internazionale. Oggi guidata dai quattro figli, l’azienda è ambasciatrice di uno stile che unisce tecnica, eleganza e autenticità.

“La nostra è una storia di famiglia, di terra e di valori che diventano vino”, ha esordito Cristina Follador durante un incontro romano presso il Circolo Antico Tiro a Volo -. La nostra storia inizia nel 1769, quando il Doge Alvise IV Mocenigo certificò la qualità dei vini prodotti dal nostro avo Giovanni Follador”. Una tradizione che ha attraversato i secoli fino ad arrivare al padre Gianfranco, figura centrale nel rinnovamento aziendale tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, quando decise di puntare sull’allora innovativo metodo Martinotti-Charmat. “Fu una svolta che ancora oggi definisce la nostra identità enologica - ha spiegato Cristina-. Quell’intuizione, perfezionata oggi da Michele Follador, ha dato origine al “Metodo Gianfranco Follador”, un processo di spumantizzazione che restituisce vini freschi, eleganti e autentici, capaci di raccontare il territorio senza mediazioni. “Siamo quattro fratelli, tutti coinvolti nell’azienda. Cresciuti tra i vigneti, abbiamo ricevuto non solo competenze, ma valori legati alla terra, alla fatica, alla bellezza del nostro paesaggio collinare e al rispetto per ciò che ci è stato trasmesso”.

Oggi Follador è una realtà vitivinicola dinamica, radicata e insieme proiettata verso il futuro. Forte in Italia grazie a una rete di distributori consolidati, l’azienda guarda anche all’estero, con mercati attivi in Europa e Asia. Ma è il legame con il territorio e la vocazione familiare a restare il cuore pulsante di tutto. Cristina ha inoltre annunciato con fierezza l’ottenimento della certificazione Equalitas, che riconosce l’azienda come realtà interamente ecosostenibile. “Un traguardo che non è solo simbolico, ma che testimonia il nostro impegno quotidiano a coniugare tradizione e innovazione in armonia con l’ambiente”. Ad accompagnare Cristina Follador il fratello Michele, con il suo racconto di un viaggio durato quarant’anni, iniziato da bambino tra le colline del Conegliano Valdobbiadene, che lo ha portato ad assistere all’evoluzione delle tecniche di vinificazione, “da quando si schiacciava l’uva a mano e si lasciava fermentare così com’era, fino all’introduzione delle presse pneumatiche, che però allontanavano troppo il vino da quei profumi e sapori originari”.

Ed è qui che entra in scena il padre, Gianfranco, spirito visionario e controcorrente, che per primo intuì la possibilità di un’alternativa: la crio macerazione. Lasciare il mosto a contatto con le bucce, sì, ma a freddo, per preservare aromi e struttura, senza avviare la fermentazione. Una scelta coraggiosa, allora considerata quasi un’eresia per il Prosecco, ma capace di restituire carattere, identità e memoria al vino. “Nel 2002 io e mia sorella pensammo di fare diversamente - ha ricordato Michele -. Provammo a vinificare senza macerazione, usando solo la pressa, ma ci accorgemmo subito che quei vini non ci somigliavano, non erano i nostri. E capimmo che nostro padre aveva ragione”.

Da lì ripartì il lavoro, con passione e ostinazione. Michele Follador racconta quasi con stupore l’intuizione che cambiò tutto. Togliere l’ossigeno durante la pigiatura, il momento più delicato. Un incontro casuale con un ingegnere, una collaborazione che ha portato alla svolta con l’ideazione di una macchina capace di proteggere il mosto dall’ossidazione fin dall’inizio, e con essa un metodo nuovo. Oggi, quel metodo consente all’azienda di distinguersi in un panorama sempre più omologato. “I nostri clienti magari non sanno spiegare il perché, ma sentono che è un vino diverso, con un’anima. Anche un giovane enologo, inizialmente scettico, dopo un anno mi ha detto ‘Michele, facciamo come dicevi tu’”. Cristina Follador poi spiega che oltre al vino c’è un grande impegno sul fronte della comunicazione e del marketing, con investimenti costanti per valorizzare il packaging, promuovere attività sportive e sociali, e sostenere progetti in chiave sostenibile.

I vini in degustazione.Guidata dal sommelier Michelangelo, la degustazione si è articolata in tre assaggi, tutti rappresentativi dell’identità più autentica del territorio di Conegliano Valdobbiadene, con particolare attenzione al metodo produttivo e alle caratteristiche organolettiche. A stupire positivamente XZero, Valdobbiadene Prosecco Superiore senza zuccheri aggiunti. “Un prodotto raro nel panorama del metodo Charmat, composto prevalentemente da Glera, con un 5% di Chardonnay. Si distingue per verticalità, finezza e mineralità, esprimendo profumi di fiori bianchi, pera Williams e una chiara impronta del terreno gessoso di origine. Perfetto per aperitivi a base di crudi di pesce o piatti come la spigola al sale”.

Il secondo vino, Foselios, sale leggermente di intensità e si colloca nella categoria Brut. La bollicina è sempre fine ed elegante, mentre al naso si apre con note di pesca, mela verde e pistacchio fresco. “La sorpresa è la persistenza - ha sottolineato il sommelier - cosa che raramente si riscontra in un Brut”. Un vino più morbido, ma mai stucchevole, adatto a tutto pasto.

L’ultimo assaggio, Torri di Credazzo, è un millesimato Extra Dry il cui nome deriva da un’antica zona di produzione dominata dalle torri medievali, simbolo storico che sorveglia le vigne dove nasce questo particolare Prosecco. “Qui saliamo leggermente di residuo zuccherino - ha spiegato Michelangelo - arrivando a circa 13 grammi/litro, il dosaggio più classico e riconoscibile del Prosecco tradizionale”. Un piccolo incremento rispetto al calice precedente, ma sufficiente a modificare significativamente il profilo aromatico, rendendolo più morbido e avvolgente.

Scegli su quale testata vuoi vedere questo contenuto