Il reportage

A cena nei palazzi nobiliari. E L’Aquila rinasce

Antonello Moscardi di "Elodia" con i figli, Riccardo e Camilla, e la sorella, cuoca, Vilma Moscardi
Antonello Moscardi di "Elodia" con i figli, Riccardo e Camilla, e la sorella, cuoca, Vilma Moscardi 

Negli edifici storici restaurati del centro storico fioriscono i ristoranti. Così nella città, Capitale della cultura 2026, la tradizione evolve e si fa chic

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A due passi da piazza Duomo, nel centro storico dell’Aquila, Palazzo Cipolloni Cannella, costruito nel 1490, ostenta i suoi androni voltati ed affrescati, con lo stile rinascimentale elegante e maestoso. Un po’ più in là, Palazzo Micheletti, scrigno prezioso e intimo del Settecento, con le sale affrescate e la terrazza affacciata su uno degli scorci più belli della città, la piazzetta di San Flaviano. E che dire di Palazzo Pica Alfieri, uno dei primi esempi di barocco aquilano, che conquistò anche la regina Giovanna d’Aragona che vi soggiornò nel 1493.

Un piatto di Elodia
Un piatto di Elodia 

Andare al ristorante all’Aquila vuol dire ritrovarsi immersi in gioielli architettonici che vantano secoli di storia. Ed essere catapultati in una bellezza che si svela a poco a poco, raccontando storie di nobili, santi e rinascite. Ambienti unici, all’interno dei quali assaporare i piatti di una tradizione che guarda al futuro, impreziosita da contaminazioni con altre culture, e servita con estrema eleganza. Ed ecco che la città, mentre scalda i motori in attesa di ergersi a Capitale della cultura 2026, rinasce anche attraverso il cibo. Una cucina che si fa veicolo di un messaggio politico e anche sociale: gli aquilani, dopo le lunghe ferite non ancora del tutto cicatrizzate, del terremoto del 2009, si sono riappropriati del centro storico. Luogo per eccellenza del passeggio e della convivialità cittadina. E oggi sono pronti ad accogliere la sfida del turismo. Quello dell’arte e religioso: la città è stata incoronata da Papa Francesco capitale del perdono, in onore dell’indulgenza plenaria inaugurata da Papa Celestino V nel 1294. Ma c’è anche il turismo enogastronomico.

“C’è una gran voglia di vivere il centro: la sera e nei weekend, tutto l’hinterland si sposta in città e ci sono anche turisti”, dice Antonello Moscardi, contitolare con la famiglia del ristorante “Elodia”, oggi ospitato nel Palazzo Cipolloni Cannella. Un locale storico, fondato 51 anni fa da Elodia Di Giacobbe – nata a Nereto (Teramo), ma originaria delle Marche – che un tempo si trovava a Camarda, borgo ai piedi del Gran Sasso, poi approdato a L’Aquila. E non a caso: oggi tutto il centro cittadino è un bistrot a cielo aperto, con un’offerta varia e per tutte le tasche. E se un tempo il cuore della città pullulava di trattorie tipiche – che si sono spostate per lo più in periferia – oggi l’evoluzione parla di un mix fra classico e gourmet. Lo conferma Moscardi: “La nostra offerta intreccia tradizione e modernità, una via di mezzo che piace a molti. Negli ultimi tempi, c’è sempre di più ricerca del piatto tradizionale, ma la nostra proposta riesce a mediare attraverso classici appena rivisitati”.

Elodia ha sede nel palazzo nobiliare Cipolloni - Cannella
Elodia ha sede nel palazzo nobiliare Cipolloni - Cannella 

Elodia, grazie alle sapienti mani della cuoca, Vilma Moscardi, sorella di Antonello, affiancata da Maicol Mangola, propone due menu degustazione: La tradizione a 45 euro e La modernità della tradizione a 60 euro, oltre alla carta libera. “I piatti cambiano con la stagione – spiega Moscardi – E poi abbiamo i nostri must storici: pecorino croccante con lattuga e cicoria, poi pancotto della transumanza, che è una rivisitazione della ricetta casalinga, fatta con pane raffermo ripassato in casseruola, pecorino, guanciale e cicoria”. Nella stagione fredda non mancano mai le crespelle in brodo e il pecorino locale, poco stagionato, fritto in pastella al momento, su crema di lattuga e cicoria. Sempre in carta lo spaghettino all’Amatriciana bianca su crema di funghi, come pure il baccalà: “In questo momento lo abbiamo sugli gnocchetti col lime”. Senza dimenticare il filetto di maialino su crema di patate con timo limonato e porro croccante. E nel calice? “L’Aquila è la città d’Abruzzo dove si beve più vino – risponde Moscardi, che è fiduciario della Fondazione italiana sommelier – ma il calo di consumo c’è stato. Una volta avevamo 800 etichette, oggi siamo scesi a 300 e stiamo allargando l’offerta di vini al bicchiere”.

Non lontano, in via Bominaco, c’è la Casa di Jacopo di Notar Nanni (nobile amico di San Bernardino da Siena), gioiello architettonico al cui interno trova spazio il ristorante e lounge bar Rêver, che offre aperitivi e una cucina raffinata, anche di mare. Mentre nel corso stretto, a Palazzo Fibbioni va in scena la tradizione con Luca Totani nel “Connubio”. A Palazzo Micheletti, invece, da un anno e mezzo, il principe dei fornelli è Wiliam Zonfa, chef già stellato, alle spalle esperienze in rinomate cucine all’estero.

Willia Zonfa (@Piergiulio Fiore studio)
Willia Zonfa (@Piergiulio Fiore studio) 

“Sono tornato a L’Aquila dopo il terremoto – racconta lo chef – sognavo una mia attività finché nel 2023 è arrivata l’opportunità. Palazzo Micheletti è una location splendida, vincolata dalla Sovrintendenza, con affreschi del 1700 e un terrazzo fantastico, con vista su piazza San Flaviano, l’unica ad avere ancora i sanpietrini originali. In tutto 30-32 coperti. La mia è una cucina legata ai prodotti del territorio, a partire dallo zafferano di cui sono ambasciatore nel mondo, ma alleggerita con attenzione alla salute e all’aspetto vegetariano”. Tra i piatti iconici, uova e peperoni (“pependone e ova”) che rievocano profumi della tradizione abruzzese, in chiave moderna: l’uovo è cotto a bassa temperatura, coperto da polvere di peperone e spuma di buccia di patate. E poi c’è “A occhi chiusi, parmigiana di melanzane” che in realtà è un risotto cotto in un distillato di pomodoro, con Parmigiano 30 mesi e basilico, servito con polvere di melanzane e gelato al fiordilatte salato. Il menu – 7 portate per 60 euro – è il manifesto della cucina dello chef. “Ho avuto la stella per dieci anni e vorrei riprenderla, certo – rivela Zonfa – Ma lavoro sempre per il cliente”.

L'uovo di William Zonfa (@Piergiulio Fiore studio)
L'uovo di William Zonfa (@Piergiulio Fiore studio) 

Cibo e arte trovano spazio anche nello splendido Palazzo Pica Alfieri che dal 2022 ospita Yoichi, ristorante che fonde cucina italiana e orientale. “Ci piace sperimentare con libertà – racconta Daniele Di Fabio, dinamico proprietario – Prendiamo il meglio da ogni parte del mondo e creiamo sapori nuovi. Attingo molto dai miei viaggi, ma strizzo l’occhio anche al chilometro zero oltre che al sushi. Abbiamo l’opportunità di organizzare eventi nei saloni più belli del palazzo, come la galleria Donna Evelina, mentre il ristorante è al piano terra”. In cucina una brigata internazionale di giovani: due italiani, uno spagnolo, un ucraino e un sudamericano. “Un team basato sulla collaborazione”, dice il proprietario. Tra i menu, “Noi per te”, un viaggio in sei piatti (75 euro) e “Be green”, di impronta vegetariana (40).

Insomma, una cucina in evoluzione quella aquilana che coniuga passato e futuro. “Il cibo è stata un volano per la rinascita della città – riflette Zonfa – ha aiutato le persone ad alleviare la sofferenza legata al sisma. E grazie al titolo di Capitale della cultura 2026 ci sarà la possibilità di raccontare al meglio il nostro territorio”. Ora la sfida è tenere alta la qualità. “In questi ultimi due anni c’è stato un grande aumento di piccole realtà come osterie, bistrot e wine bar – dice Moscardi – C’è chi ha pensato che tagliare un salume e fare una bruschetta volesse dire fare ristorazione. Il 2026 sarà un anno di prova. Ci sono delle incognite legate alla crisi, ma da imprenditore devo e voglio essere ottimista”.

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