Il colloquio

Dazi, il Parmigiano Reggiano ribalta la situazione: “Investiamo negli Usa”

Il presidente Nicola Bertinelli al Summer Fancy Food Show di New York
Il presidente Nicola Bertinelli al Summer Fancy Food Show di New York 

Il presidente del Consorzio, Nicola Bertinelli: “Progetti con le università e corsi di formazione. Gli americani non rinunceranno alla qualità dei prodotti italiani. Le nostre aziende non si piangano addosso”

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“Non è tempo di piangersi addosso, cambiamo visione: creiamo sistemi virtuosi, perché le aziende italiane non sono semplicemente fornitrici di un prodotto, ma partner che cercano di creare valore”. Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, nelle ultime settimane si è seduto al tavolo con la segretaria statunitense all’Agricoltura, Brooke Leslie Rollins e con il ministro Francesco Lollobrigida.

Il ministro Francesco Lollobrigida in visita allo stand del Parmigiano Reggiano
Il ministro Francesco Lollobrigida in visita allo stand del Parmigiano Reggiano 

Il tema dei dazi è caldo, ma al recente Summer Fancy Food Show di New York, la più grande fiera alimentare in terra americana, si è cercato di andare oltre, favoriti dalla vetrina che ha attirato le attenzioni dei trader. Il Consorzio emiliano ha annunciato la partnership con i NY Jets, e da settembre la squadra di football americano cittadina. “Questo perché – dice Bertinelli - non vogliamo semplicemente vendere un formaggio o fare affari. Vogliamo creare un meccanismo di valore condiviso tra due comunità: quella del Parmigiano Reggiano e quella americana”. Non solo: dalla collaborazione National Italian American Foundation (NIAF) nasce la “Parmigiano Reggiano General US Corporation”, una struttura operativa che “lavorerà d’intesa con le università americane per progetti, attività formative con le catene distributive e interventi nei punti vendita”.

Il valore del brand

Ovviamente, però, c’è il tema dazi. “Chiaro che oggi spingono verso la conseguenza dell’aumento dei prezzi – dice al Gusto il presidente Bertinelli – e la microeconomia ci spiega che all’aumentare dei prezzi cala il numero di persone che possono permettersi l’acquisto di un prodotto. Quindi, per chi produce e vende la paura dell’aumento è un grande deterrente. Ma penso anche che si debba andare oltre l’aspetto dei dazi. I prodotti italiani sono, in generale, riconosciuti per la loro straordinaria qualità, non sono delle commodity. Quindi, in giro per il mondo e anche negli Stati Uniti, sono solitamente venduti a un prezzo superiore e acquistati da chi riconosce in quei prodotti molto più della funzione d’uso del prodotto stesso”. Un discorso che, per Bertinelli, non si limita al solo Parmigiano Reggiano: “Un cittadino americano che acquista vino italiano sa di non comprare soltanto un bianco o un rosso, ma acquista qualcosa che è legato a un territorio, a una storia e a una tradizione. Sono prodotti, quelli italiani, che hanno una domanda anelastica: all’aumentare del prezzo la quantità domandata diminuisce in un modo meno che proporzionale all’aumento del prezzo stesso. Questo dovrebbe renderci meno preoccupati rispetto alla variazione del prezzo causata dalla crescita dei dazi”.

Pool di imprese

Per questo Bertinelli si mette a capofila di una potenziale coalizione di imprese di vari settori che vogliano in questo momento cambiare paradigma: “Il ragionamento che facciamo come Parmigiano Reggiano è semplice: dovremmo avviare una relazione differente con gli Stati Uniti. I nostri prodotti possono essere fatti solo in Italia, i cittadini americani li vogliono e lo dimostrano le statistiche che vedono un aumento anno su anno di delizie agroalimentari italiane consumate, e quindi importate. Privare quegli stessi americani, o far pagare loro di più, è assolutamente illogico. E poi esiste una filiera economica che dalla dogana al consumatore finale alimenta l’industria americana. Allora, alle imprese dico di provare a creare sistemi virtuosi per non essere semplicemente fornitori di un prodotto, ma partner che desiderano formare valore”.

Un esempio: “Il prodotto nei punti vendita è mal gestito perché non c’è conoscenza di come è fatto? Noi a spese nostre andiamo nei punti vendita e investiamo sulla formazione, dando valore a un prodotto che vedrà aumentare le vendite. Oppure, dobbiamo avere dei packaging prodromici allo stile di vita americano? Facciamolo, assieme alle università americane. Il nostro obiettivo è avere negli Stati Uniti un luogo dove poter crescere, consapevoli che non possiamo depauperare un meccanismo in cui riceviamo e non diamo. Per questo dico, andiamo oltre il tema delle tariffe e dei dazi”.

I numeri

“Non dobbiamo essere preoccupati dei dazi e quindi di possibili perdite di quote di mercato – dice ancora Bertinelli – Nel nostro caso, il Parmigiano Reggiano il mercato Usa vale il 10% della produzione totale. Un pezzo di Parmigiano viene venduto al doppio del prezzo rispetto al parmesan. Quindi, chi lo compra è perché riconosce il prodotto. Se i dazi aumentano e anziché al 10% del mercato scendiamo al 6-7 per cento non è un problema, quel gap possiamo colmarlo in altre parti del mondo. Il punto è che tutto questo non è giusto in primis per il consumatore, poi per i player della filiera che guadagnano. Il Parmigiano Reggiano stagionato 24 mesi esce dal caseificio a 17 dollari il chilo e qui viene venduto a 45-49 dollari. Due terzi di valore aggiunto, dico giustamente, rimane nelle aziende americane. Oggi, con le tariffe del 25%, versiamo oltre 500 milioni di dollari l’anno al governo americano. Ma se ci limitiamo a osservare questi numeri non cambierà nulla. Creiamo valore e il processo cambierà se riusciremo a far comprendere che l’agroalimentare italiano è insostituibile”.

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