“Il pomodoro concentra in sé la memoria del sole.” Lo scriveva Pablo Neruda, e a distanza di decenni nessuna definizione è più azzeccata per raccontare un frutto che ha cambiato per sempre la storia dell’alimentazione mondiale. Non c’era, e ora non possiamo più farne a meno: il pomodoro è il più mediterraneo degli ingredienti americani. Originario del Perù è arrivato in Europa dopo la scoperta dell’America. Lo si coltivava per bellezza nei giardini botanici e per secoli si è esitato a portarlo in cucina, considerandolo addirittura tossico. Solo a partire dal Settecento inizia a entrare nei ricettari italiani, prima in forma di salsa, poi come base aromatica e infine come sovrano indiscusso di piatti, conserve e tradizioni popolari.
La celebrazione
A ricordarcelo c’è la Giornata Mondiale del Pomodoro, che si celebra ogni 15 giugno dal 2002, promossa per sensibilizzare sul valore di un prodotto che è al tempo stesso simbolo culturale, risorsa economica e questione ambientale. Basti pensare che oggi l’Italia è il primo trasformatore europeo e il terzo produttore mondiale di pomodori da industria, dopo Stati Uniti e Cina. A dirlo è Anicav, l’Associazione Nazionale Industriali delle Conserve Alimentari Vegetali, che rappresenta il cuore della trasformazione made in Italy. Secondo i dati più aggiornati, nel 2024 sono state lavorate circa 5,3 milioni di tonnellate di pomodoro, di cui il 55% al Sud e il 45% al Nord, con epicentri produttivi in Puglia, Emilia-Romagna e Campania. Oltre il 60% della produzione finisce all’estero, con l’Italia prima esportatrice mondiale di pelati, passate e concentrati.
La biodiversità
L’incredibile biodiversità del nostro Paese si riflette anche nelle varietà regionali, con peculiarità che cambiano da un capo all’altro dello stivale. In Piemonte si coltiva il pomodoro di Albenga, in Lombardia quello di Mantova, mentre l’Emilia-Romagna punta tutto sul Riccio di Parma, adatto sia alla trasformazione che al consumo fresco. In Toscana resistono il Canestrino di Lucca e il Costoluto Fiorentino, in Abruzzo è coltivato il famoso pomodoro a pera, mentre il Lazio vanta il Pantano di Tor San Lorenzo e il Casalino. In Campania il dominio incontrastato è del San Marzano dell’Agro Sarnese-Nocerino DOP, il Corbarino e il Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP, tutti esempi di eccellenza riconosciuta. La Puglia risponde con il Regina di Torre Canne e il Fiaschetto di Torre Guaceto, in Calabria si coltivano il pomodoro di Belmonte e il Siccagno di Zagarise, la Sicilia custodisce il ciliegino e il datterino di Pachino, il costoluto e il Marinda, senza dimenticare il Camone, che trova spazio anche in Sardegna, isola dove le coltivazioni si adattano a climi più aridi. Ogni varietà ha una storia, una stagionalità e un territorio di riferimento, e tutte insieme compongono il grande mosaico della pomodoricoltura italiana.
Le fragilità
Ma se da un lato i numeri raccontano un successo, dall’altro emergono le fragilità. La filiera del pomodoro, soprattutto al Sud, è sotto pressione. La crisi climatica ha colpito duramente negli anni passati: le alte temperature e la siccità hanno causato un calo medio delle superfici coltivate fino al 30% in alcune aree. Senza pioggia né bacini d’acqua adeguati, il rischio desertificazione è concreto. E intanto crescono le importazioni di concentrato a basso costo da Paesi extra UE, spesso rietichettati come italiani, che minano il valore reale del prodotto nostrano. La concorrenza è spietata e la tracciabilità una sfida quotidiana. A questo si aggiunge la questione del lavoro agricolo. Secondo Coldiretti, in una bottiglia di passata di pomodoro da 700 ml venduta a circa 1,3 euro, solo l'8% del prezzo è riconosciuto al pomodoro stesso, mentre il 53% è assorbito dalla distribuzione commerciale. Numeri davvero preoccupanti. Questo squilibrio nella distribuzione del valore lungo la filiera favorisce pratiche di sfruttamento. In alcuni casi, il prezzo pagato agli agricoltori per un chilo di pomodori può scendere sotto gli 8 centesimi, un valore che non copre i costi di produzione e che spinge le imprese oneste a chiudere, lasciando spazio all'illegalità. Sono circa 362.000 gli addetti alla raccolta nei campi agricoli italiani, molti dei quali lavorano senza contratto o con contratti irregolari, percependo in media 4 euro l'ora e vivendo in condizioni precarie. Il caporalato resta una piaga strutturale in molte aree vocate alla coltivazione del pomodoro, specie in Puglia e Campania. Il valore del pomodoro non si esaurisce nella sua forma, ma si estende lungo tutta la catena produttiva, dalla pianta al piatto, dal campo al barattolo. Il rischio è che l’equilibrio tra qualità e sostenibilità si spezzi: se il prezzo non riconosce il lavoro, se l’ambiente non regge i cicli intensivi, se il consumatore non distingue più il prodotto vero da quello contraffatto, allora il sistema implode. Eppure, il pomodoro italiano è richiesto ovunque e resta un must nelle esportazioni della filiera made in Italy, anche nei cosiddetti nuovi mercati come Giappone e paesi arabi, mentre a farla da padrone restano gli Stati Uniti, con buona pace dei dazi, presunti o desunti resta ancora da capirlo.
Il futuro
Insomma, L’Italia gastronomica si muove anche grazie al pomodoro, simbolo vero di italianità a tavola. Ecco perché la Giornata Mondiale del Pomodoro diventa un’occasione per fermarsi a riflettere. Non serve solo per celebrare un ingrediente, ma per chiederci come vogliamo coltivarlo, trasformarlo, esportarlo e consumarlo nei prossimi anni. Se vogliamo davvero proteggere questa eccellenza, dobbiamo pensare in modo sistemico: investire in innovazione, creare filiere etiche, puntare su qualità e comunicazione.
Il pomodoro non è solo cibo, è cultura, territorio e lavoro nei campi. È memoria che ci riporta a un pensiero romantico, quasi anacronistico, quello delle lunghe estati italiane, dove tra il frinire delle cicale e le urla dei bambini che giocano a pallone in strada, i pomodori essiccano al sole o diventano conserve per portare sapore nei piatti dei rigidi inverni o il sorriso di casa nei pacchi da giù. Perché in fondo l’Italia è anche questo, una repubblica fondata sul pomodoro.