Se per Cyrano de Bergerac il bacio era un apostrofo rosa tra le parole “t’amo”, la primavera è senza dubbio un apostrofo verde che separa (ma non troppo) le confortanti zuppe e le fondute invernali dalla colorata e spensierata frutta estiva. Senza chiedere il permesso, eccola che arriva, come un ospite inatteso che spalanca le finestre e cambia l’aria.
Per la natura, è un inno alla vita, un tripudio di germogli e fiori che sbocciano. Per i foodie, è un periodo di transizione e di grandi interrogativi. Perché, diciamolo, c’è qualcosa di subdolo nel primo raggio di sole che ci illude di poter ancora affondare il cucchiaio in una polenta burrosa fumante, salvo poi trovarsi il giorno dopo a sudare come se fosse agosto.
Promesse e inganni
La primavera gastronomica è un mix di promesse e inganni. Arrivano le fragole, rosse e invitanti, ma la loro dolcezza è spesso solo una promessa disattesa, che senza una generosa cucchiaiata di zucchero sa più di nostalgia che di estate imminente. È un po’ come la storia d’amore cantata da Loretta Goggi: all’inizio ci conquista con la freschezza di una novità, ci fa battere il cuore con i suoi sapori verdi e croccanti, e poi… il tradimento. Un giorno splendido e luminoso, il giorno dopo un temporale che fa rimpiangere il brasato. Eppure, sa farsi perdonare. Con i primi pisellini dolci come caramelle, con il basilico che sa di promesse d’estate, con il risveglio della tavola che è un rito a cui non sappiamo rinunciare. Non a caso, anche il calendario sembra celebrarla: il 19 marzo san Giuseppe onora non solo i papà ma anche i friggitori, san Drogo protegge i baristi e gli amanti del caffè, mentre san Gerardo è il santo delle ciliegie. Perché, quando si parla di cibo, sacro e profano si intrecciano con una disinvoltura che neanche la migliore delle ricette fusion.
E poi c’è il ritorno delle erbe spontanee, un entusiasmo che oggi chiamiamo “foraging”, come se fosse un’innovazione nordica, dimenticandoci che l’alimurgia – il suo equivalente italiano – esiste da sempre. Certo, la parola è meno accattivante, ma dietro non c’è il vezzo salutistico o ecosostenibile di oggi, bensì un retaggio di necessità: deriva dal latino “alimentia urgentia”, perché in tempi di carestia raccogliere piante selvatiche non era un passatempo hipster, ma pura sopravvivenza. Oggi lo facciamo con cestini di vimini e spirito bucolico, ieri si faceva per fame. Cambiano i tempi, cambiano le mode, ma una cosa resta certa: la primavera, nel bene e nel male, resta una stagione da mangiare.