L’analisi

Cari chef italiani, un po’ di patriottismo: diamo meno importanza al Bocuse d’Or

Cari chef italiani, un po’ di patriottismo: diamo meno importanza al Bocuse d’Or

Una competizione nella quale corriamo con le mani legate dietro la schiena, lontana dal nostro approccio alla cucina e adatta solo a chi si adegua al modello francese

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A costo di sembrare poco patriottico, quando leggo di appelli alla mobilitazione per la partecipazione italiana al Bocuse d’Or, mi vengono subito in mente un paio di associazioni che i tifosi e i foodies riterranno blasfeme: la prima è con quella geniale pubblicità della Fiat che – nel 2010 - ci faceva vedere un gruppo di allegri atleti della squadra olimpica giamaicana in gara per il campionato di Bob mentre si imbarcavano su un furgoncino Doblò: nulla di più surreale. La seconda associazione è con il fantastico mondo della boxe. Mi vien fatto di sognare un tostissimo peso piuma, tanto ambizioso da aspirare ad un campionato di medio-massimi. Un suicidio, o quanto meno una meta improbabile in entrambi i casi.

Ricordo lo sgomento e il dispiacere che mi pervasero quando andai ad Alba a seguire la presentazione dell’edizione del Premio 2015-2016. Ma perché, mi chiesi, in un paese dalle tante cucine meravigliose, in un paese fottutamente individualista, improbabile e geniale, perché dobbiamo concorrere ad un premio dove i vincitori sfoggiano doti e possibilità per noi remotissime: gioco di squadra, finanziamenti pubblici, imprenditori pronti a sostenere sforzi prolungati? Perché aderire ad un modello che non è il nostro, come se i cinesi pretendessero di insegnarci come si tratta la pasta o i napoletani si presentassero nelle Langhe in veste di signori della bagnacauda. E per colmo, li applaudissimo.

Ricordo che uscimmo regolarmente devastati dalla competizione. Non solo per la posizione in classifica, quanto perché ebbi la netta sensazione che gli Azzurri della Pentola corressero con le mani legate dietro la schiena: anzitutto per lo stile di ispirazione drammaticamente francese, con una serie di piatti che nulla potrebbero aver avuto a che vedere con le nostre origini; e poi, perché i più forti erano tali sia per aver introiettato le linee guida d’Oltralpe, sia per arrivare come i rappresentanti di una nazione riunita attorno all’impresa: agli chef era concesso un anno sabbatico e ciascuno di loro si rivelava il terminale di sponsor di rango, compresi sponsor istituzionali.

Danimarca, Ungheria, Norvegia sul palco 2022, mentre l’Italia, pur essendosi classificata per la finale ha preferito saltare il turno perché si è resa conto di non essere abbastanza competitiva. Inoltre, la gara – tranne poche nobili eccezioni come Carlo Cracco ed Enrico Crippa, che lavora con Ceretto, magic sponsor – non ha toccato le menti e i cuori dell’ambiente. Lo stesso rispettabilissimo sforzo, per intenderci, che ha trasformato in vedette di successo i cuochi e le aziende di regioni nord-europee alle quali la natura avendo regalato ben poco, si ingegnarono lodevolmente nella ricerca di una via originale alla cucina, un po’ come accadde ai Partiti Comunisti d’Italia e Francia quando inventarono ciascuno la propria Via al Socialismo per liberarsi dal pesante giogo dell’Unione Sovietica.

Ebbene, l’appello pro-Bocuse arriva poi in un momento non particolarmente propizio: finalmente i nostri Cuochi alzano la testa in nome di un sereno e mai borioso orgoglio, proprio mentre la Guida Michelin – pur mantenendo la sua meritata supremazia – mostra come mai prima un’attenzione e un rispetto per il formidabile percorso e gli indubitabili riconoscimenti che la Cucina Italiana Moderna conquista ovunque nel mondo, spesso spiazzando les Bleus e mettendosi in posizioni che da sempre erano di loro esclusivo appannaggio.

E ora? Ora, edizione 2025, chi ha appena vinto? La Francia (anche il premio per il miglior Commis), seguita da Danimarca e Svezia. Ma se facciamo un passo indietro, a guardare il rutilante mondo dell’eno-gastronomia nel suo insieme, consideriamo che oggi la grande arena planetaria parla inglese, ed è raccolta attorno a The World's 50 Best, classifica annuale dei cinquanta migliori ristoranti al mondo, basata su un sondaggio che coinvolge chef, ristoratori, cultori e critici culinari internazionali: è il trionfo del glocalismo, che punta a valorizzare le differenze e non a mortificarle. Altro che Bocuse d’Or! Tra un po’ dovranno venire loro a gareggiare per l’Artusi di Platino, teatro di confronto la nostra Food Valley. Gran divertimento e grande ospitalità.

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