L’iniziativa

La cucina rende liberi: nel carcere di Perugia le lezioni per diventare cuochi

La cucina rende liberi: nel carcere di Perugia le lezioni per diventare cuochi

Coinvolta le progetto anche la chef Ada Stefani, del ristorante stellato Ada Gourmet: “A parte i figli, questa è la cosa più bella che ho fatto in vita mia”

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“Insegniamo loro non solo un lavoro, ma li accompagniamo verso un reinserimento alla vita”. Sono parole intense quelle con cui Ada Stefani del ristorante perugino Ada Gourmet, racconta un progetto a cui ha aderito in collaborazione con la cooperativa sociale Frontiera Lavoro: un corso di cucina con finalità di reinserimento lavorativo dedicato ai detenuti del Nuovo Complesso Penitenziario di Perugia. Un corso giunto alla sua ottava edizione che ha come focus quella che è una delle sfide più importanti della società: rieducare e riposizionare nella vita civile un detenuto che ha terminato il suo percorso. “È un progetto in essere da molti anni - spiega la chef -, la cooperativa Frontiera Lavoro si impegna da tempo, nell’ambito delle realtà carcerarie, con diverse tipologie di corsi e io sono onorata di far parte di questo progetto. Lavoro con loro da tre anni e mi sono immediatamente innamorata di questo progetto: utilizzare il mio lavoro per un qualcosa di così importante come aiutare una persona detenuta a cambiare - o provare a - il proprio destino, è dopo i miei figli la cosa più bella che sento di aver fatto nella vita”.

Corsi di cucina completi per 10 allievi all’anno, che non solo forniscono competenze tecniche spendibili all’esterno, ma diventano quasi delle terapie dell’anima. “Certo, cerchiamo di impartire loro le basi della cucina attraverso una serie di lezioni, ma non è solo questo. Per quanto mi riguarda provo a entrare in sintonia con loro con una grande normalità, oltre quelli che sono i doveri di un insegnante. Ovviamente sono tutte situazioni di vita molto particolari (i detenuti che possono accedere ai corsi sono accuratamente selezionati dai responsabili del progetto, ndr), quelle che portano all’interno della cucina, ma provo a rapportarmi con loro come faccio ogni giorno con i ragazzi della mia brigata, di trasmettergli la mia passione per questo lavoro che è duro, non glielo nascondo, ma anche bellissimo. Provo anche a distrarli dai loro pensieri, dalle loro storie, insegnandogli una ricetta o una tecnica. A volte facendo una battuta. Penso inoltre che con la nostra presenza, nonostante i nostri impegni, dimostriamo loro attenzione, cura e fiducia, e diventiamo dei punti di riferimento importanti”.

Favorire l’accesso a percorsi di formazione culinaria per i detenuti - sottolineano gli organizzatori del progetto - significa investire in una seconda chance, promuovendo la riabilitazione, riducendo il rischio di recidiva e creando le basi per un futuro diverso. Dignitoso e produttivo, fin da subito. “Per loro - continua la Stefani - è una grande opportunità, concreta, di vita. Una volta usciti dal carcere i ragazzi selezionati vengono indirizzati verso un percorso lavorativo in strutture adeguate. Uno degli studenti degli ultimi corsi per esempio già lavora, anche se in regime di semilibertà e la sera - ogni sera, rigorosamente - torna alle 20 a dormire in carcere. Ha uno stipendio, che viene custodito, ma è a disposizione sua e della sua famiglia”.

Momenti importanti per la rinascita e la rieducazione, in cui Frontiera Lavoro e i responsabili del progetto non lasciano mai soli i ragazzi: “Anche una volta usciti dal penitenziario e inseriti nel mondo del lavoro sono seguiti con grande attenzione. Non tutti i luoghi di lavoro vanno bene per loro, si sta attenti alle condizioni umane, relazionali, e anche economiche. Un ristoratore non in regola con i pagamenti, per esempio, non ha i requisiti necessari. È già capitato che, a fronte di una situazione simile, venisse poi cercato per la persona in questione un nuovo impiego”.

Il corso, parte del progetto “Opportunità lavorative professionalizzanti”, è sovvenzionato dal ministero della Giustizia. “Negli ultimi due anni sono stati attivati, per mancanza di fondi, solo i corsi nel ramo maschile del carcere. Durante il mio primo anno di insegnamento, invece, la stessa opportunità era stata data anche ad alcune detenute. Ma il corso di addetto cucina - che è il più dispendioso per necessità di attrezzature e di presenza docenti -, non è l’unico presente nel planning del progetto sulle opportunità lavorative. Nella sezione femminile, per esempio, c’è stato un corso i cui frutti del lavoro sono stati esposti alla Fiera dei Morti di Perugia. Il ricavato è andato a sovvenzionare altre attività”, in un ricircolo virtuoso.“Studiano per circa 215 ore lavorative suddivise in quattro giorni di lezione a settimana, dal lunedì al giovedì, ognuno con un insegnante diverso. Io quest’anno mi sono occupata di tecniche di cucina legate al pesce, con anche uno sguardo sulla sostenibilità in cucina. Altri colleghi si occupano chi di panificazione, chi di altre aree di insegnamento. Il tutto per un mese e mezzo di lezione”.

Le lezioni sono iniziate il 31 ottobre e il 13 dicembre, per quanto riguarda la classe in corso, finiranno; il 17 dello stesso mese affronteranno l’esame finale del corso. Ogni anno, inoltre, poco prima della fine delle lezioni viene individuata una data utile (per il 2024, il 21 novembre), mai troppo vicino alle festività natalizie per motivazioni pratiche, in cui viene organizzata una cena di gala, “Golose Evasioni”, in cui i detenuti preparano una cena per un pubblico civile. Per loro è la coronazione di un percorso, anche se non è la fine effettiva dello studio, per me è una fase importante umanamente per i ragazzi. Un po’ come quando a fine lezione mangiano quello che hanno preparato: è un contatto, fondamentale, con la vita”.

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