Sembra impossibile, a giudicare dal caldo che annichilisce. Ma l’oasi di Siwa, nel Sahara Occidentale egiziano, è abitata da due milioni di anni. E, dal tempo degli antichi Egizi, è nota perché da qui vengono i datteri più dolci e succosi del pianeta. Già allora qui i beduini avevano perfezionato l’arte della coltivazione della palma da dattero, scavando un ingegnoso reticolo di canali per convogliare l’acqua, quella poca disponibile, fino alle piante. Ancora oggi, e con le stesse tecniche dell’antichità – tanto che le Nazioni Unite hanno dichiarato quello delle palme da dattero di Siwa una coltivazione tradizionale d’importanza globale – dalle 280mila palme dell’oasi vengono raccolte ogni anno 25mila tonnellate di datteri, il grand cru del milione e 600mila tonnellate dell’intero Egitto che ne è il primo produttore ed esportatore al mondo.
Se per noi sono uno dei peccati di gola associati alle feste natalizie, secondo una tradizione che ci arriva dagli antichi Romani per i quali mangiare frutta secca esotica durante i banchetti era di buon auspicio, i datteri sono fondamentali della dieta delle genti del Sahara. A colazione si mangiano con le uova. Sono protagonisti di un piatto che addolcisce la carne di capra. Diventano un vino e un dessert, la tagilla, un budino ottenuto dalla cottura dei frutti insieme a farina, acqua e olio d’oliva. Sono poi una razione K da viaggio perché si può sopravvivere, con la giusta dose di energia per affrontare il cammino nel caldo torrido, mangiando sette datteri e una tazza di latte di cammella al giorno: non a caso, sono chiamati il pane del deserto. Infine, è grazie ai datteri che, da tempo immemore, i marinai arabi hanno imparato a combattere lo scorbuto, il disturbo da avitaminosi di chi trascorreva lungo tempo in mare che i loro omologhi europei hanno sconfitto soltanto nella seconda metà del Settecento, e grazie ai limoni.
Secondo la scienza la palma da dattero è Phoenix dactylifera, con l’attributo incontrovertibilmente dovuto alla forma a dito dei frutti, ma le sue varietà, che dipendono da quello che noi chiameremmo il terroir, sono svariate migliaia, delle quali circa 600 producono datteri commestibili. Già nel I secolo d.C., nella Naturalis Historia, Plinio il Vecchio scriveva che fossero “così tante da non poterle enumerare, dati i loro nomi barbari”. Spiegava inoltre che le palme coltivate non nascono dai semi. Allora come oggi si procede con una sorta di clonazione, piantando i getti che spuntano alle base delle palme femmine in modo che siano garantiti sia il sesso sia le stesse caratteristiche, e dunque la stessa qualità dei frutti, della pianta madre. Perché le palme sono un po’ come gli esseri umani. Prosperano soltanto in comunità numerose, amano accoppiarsi ma le femmine, che producono frutti a partire dal quindicesimo anno di età, non si fecondano facilmente dato che il loro periodo fertile è influenzato dalla luna. E quando succede, i figli, crescendo, possono assumere caratteristiche molto diverse da quelle dei genitori. Per motivi di produttività, dunque, le coltivazioni di palme da dattero sono l’equivalente vegetale di un harem, con un maschio ogni 50 femmine, nel quale per ottenere un raccolto soddisfacente (ogni palma produce 45 chili di datteri) bisogna procedere con il metodo della fecondazione assistita, raccogliendo il polline giallo dall’infiorescenza maschile e arrampicandosi sulle piante, per irrorare a mano o con l’ausilio di pompe le fronde delle femmine, nei giorni di luna piena.
In arabo, il fiore della pianta maschio si chiama ateel, un nome che, associato alla virilità, è comune tra gli uomini del deserto. Un nome che era stato opportunamente scelto da Shakespeare per il protagonista di una sua celebre, passionale tragedia. L’Otello.