Riesling Kabinett della Mosella, bollicine a base di Glera e Malvasia Rossa, persino un Amaro alle erbe delle Alpi e aloe: tutti senza alcol. I prodotti alcohol free sbarcano a Vinitaly. Portandosi dietro un carico di novità e polemiche. A fare il primo passo è Martin Foradori Hofstätter che ha scelto la fiera per eccellenza del vino per presentare la sua nuova etichetta priva di alcol: un “fermo” che si presenta con il marchio “Steinbock Selection Dr. Fischer” realizzato con una selezione di Riesling della Mosella, "fratello" del vino dealcolato con le bollicine, Steinbock Alcohol Free Sparkling, che il produttore altoatesino aveva presentato lo scorso anno. Più che una provocazione, un’occasione di mercato, vista la vetrina internazionale offerta dal Vinitaly. Lo stesso farà Sandro Bottega che sul banco del suo stand a Verona proporrà i suoi due sparkling e anche l’amaro, oltre a una gianduia vegana (senza burro né panna). “Spero che ai prodotti senza alcol dedichino un padiglione a sé, ma molto a sé, rispetto ai vini veri – è la posizione netta di Assoenologi nelle parole del suo presidente Riccardo Cotarella - Non possiamo dettare legge, ci mancherebbe, ma neanche fare a meno di dire la nostra opinione”. Più morbida, ma fino a un certo punto la posizione di Coldiretti: “Sarebbe meglio se tra vini e prodotti dealcolati non ci fosse commistione – è l’opinione di Domenico Bosco, responsabile della filiera vitivinicola di Coldiretti - Non puoi chiamare latte di soia ciò che latte non è e non puoi definire hamburger un cibo che è qualcosa di diverso. Lo stesso vale per il vino. Ma neanche si può ignorare che ci sia una fetta di mercato che li richiede e che si aspetta di trovarli in una fiera come Vinitaly. Basta chiamarli col nome giusto”.
Il dibattito è aperto. E già acceso. Del resto, la richiesta dei vini senza alcol sta crescendo in maniera importante a livello globale: secondo una ricerca Nielsen, riportata da Wine Spectator, le vendite del “vino senza alcol” sono aumentate del 43% nella prima metà del 2021, diventando così la seconda categoria del comparto enologico in più rapida crescita l'anno scorso. E cresce anche la produzione: per l’Iwsr - Drinks Market Analysis Limited, i no-low alcohol oggi rappresentano in volume il 3,5% dell’intero comparto bevande alcoliche, ma in un triennio raddoppieranno e oltre: è previsto un tasso di crescita dell’8% entro il 2025. Insomma, un trend che per molti produttori è da cogliere al volo. Tra loro c’è Hofstätter, ma ci sono anche Sandro Bottega in Veneto e Pia Bosca in Piemonte, per citare più convinti sostenitori dei prodotti.
“Siamo in Italia e si sta facendo una caccia alle streghe su argomenti per me inutili: c’è gente che parla di lanciare razzi su Marte e sulla luna per popolarli, e stiamo ancora a discutere dei petardi a San Silvestro… - ironizza il produttore altoatesino - Il tutto nasce dal fatto che nel nostro Paese il vino è un po’ quello che in India è la mucca santa: un must da venerare. Però nel frattempo il mondo gira, si evolve, i consumi stanno cambiando e ci sono paesi che stanno conquistando fette di mercato che potrebbero essere nostre. La cosa più eclatante è che c’è chi pensa che i prodotti dealcolati siano in concorrenza col vino, con le bottiglie classiche di Gewurztraminer o col Chianti. Ma non è così, la rivalità esiste solo con i prodotti analcolici da aperitivo”. E a chi tuona e si sgola dicendo che gli alcohol free non sono vino, Foradori risponde che “fanno parte della filiera del vino: sono fatti con l’uva, fanno parte della comparto vitivinicolo, e su questo si deve essere d’accordo”.
Vinitaly: provocazione o nuova era?
Quello di Hofstätter è uno dei primi prodotti italiani senza alcol non sparkling, ma fermi. Ma perché lanciarlo ora e perché portarlo a Vinitaly? “E’ la piattaforma perfetta perché si presentano nuovi prodotti, una grande occasione per farlo conoscere alla grande massa di persone interessate. Le vendite della nostra bollicina priva di alcol, Steinbock Alcohol Free Sparkling, hanno superato ogni aspettativa – afferma il viticoltore -. Dopo la prima produzione di 21.000 bottiglie della scorsa primavera, abbiamo aggiunto già a novembre altre tre produzioni delle nostre bollicine analcoliche. Questo ci ha spinto a valutare di introdurre anche un bianco fermo dealcolizzato, per dare anche questa alternativa a chi non può o non vuole bere alcolici. Quest’anno abbiamo previsto 120mila bottiglie dello sparkling, e 15mila del nuovo”.
Dello stesso avviso Sandro Bottega: “A Vinitaly porterò i miei due sparkling senza alcol: il distributore è il medesimo e anche il consumatore. Io stesso la domenica mattina preferisco bere la mia bollicina analcolica al posto del succo di arancia concentrato che, in quanto pastorizzato, perde le proprietà del frutto. Nei Paesi anglosassoni bere uno spumante a colazione in hotel è tipico. Nel mio prodotto non c’è pastorizzazione, è come bere uva fresca: il mio non è un vino a cui viene tolto l’alcol, ma un succo d’uva”.
La normativa
In Europa dopo tante discussioni è arrivato il via libera della nuova Pac (Politica agricola comune), ma in Italia la produzione è bloccata: ci sono delle norme del testo Unico che vanno specificate e chiarite. In questo senso, la stessa Unione italiana vini chiede un intervento rapido per definire la normativa e non perdere un treno che promette grandi frutti. In sintesi, con il Regolamento Ue 2127/2021, l’Europa ha avallato la produzione di vini low alcohol e senza alcol, ma quello che manca è un regolamento secondario che faccia luce sull’applicazione della norma e quindi su quali pratiche enologiche aggiuntive possano essere autorizzate. Richiesta fatta all’Ue dallo stesso Comité Vins in rappresentanza dell’industria europea. Un confronto che è tuttora in corso. E che suscita preoccupazioni. L’Unione Italiana Vini annuncia un incontro nei prossimi giorni con gli uffici del Ministero dell’Agricoltura. Uno dei punti dolenti è l’eventuale aggiunta di aromi esterni: il punto è che nel processo di dealcolazione, con l’alcol che evapora ad 80 gradi, si rischia di bruciare gli aromi. Ma ci sono tecnologie che impediscono la perdita dei profumi, uno di questi è la distillazione sottovuoto – con dealcolazione a 30 gradi e non 80 - usata da Foradori.
“Siamo consapevoli che c’è interesse verso i prodotti senza alcol ed è giusto rispondere alle esigenze del mercato - dice Domenico Bosco, responsabile nazionale settore Vino di Coldiretti - C’è infatti interesse a bere vini più leggeri per scelte religiose, salutistiche o personali. Però non è ancora chiaro al 100% il meccanismo di inserimento di questa tipologia di bevande nell’ambito della normativa comunitaria. Noi abbiamo alzato i toni con Bruxelles, manifestando la nostra contrarietà. Del resto, già dal 2013 c’èa una normativa che ha permesso di abbassare del 20% la presenza di alcol nel vino, anche per via del riscaldamento globale, e per noi era sufficiente: così, ad esempio, un vino da 15° ne perde 3. E ci può stare. Ma se fai un vino dealcolato, che può arrivare 3 gradi totali, o addirittura a zero, allora non siamo contrari, ma non puoi chiamarlo vino”. Coldiretti ha gli occhi aperti sulla normativa di applicazione della Pac: “Faremo molta attenzione che nelle norme di dettaglio di questo prodotto, che purtroppo si chiamerà vino, non sia permesso aggiungere aromi, acqua o altre sostanze vietate nelle etichette tradizionali. Se il vino viene snaturato, si toglie la componente essenziale, cioè l’alcol, e viene dolcificato, aromatizzato e quant’altro, diventa un prodotto industriale. Lontano da ciò che nasce nel vigneto”.
Assoenologi, dal canto suo, ha sempre espresso contrarietà totale alla normativa degli alcohol free. L’estrema ratio – dice Cotarella al Gusto – è la dealcolazione sia totale perché pare che ci sa un fantomatico, irrisorio mercato (soprattutto nei Paesi di religione islamica) che richiede questi prodotti, a patto però che non sia chiamato vino. Ma siamo nettamente contrari alla dealcolazione parziale: se tolgo un po’ di alcol, metto un po’ di gomma arabica, un po’ di zucchero, qualche tannino morbido, è una pazzia! Ma scherziamo? Il vino non è un minestrone dove tu puoi togliere e aggiungere in funzione di come ti alzi la mattina”.
La tecnologia
Sono dunque centrali nel dibattito la tecnologia usata per dealcolare e realizzare i vini senz’alcol e le pratiche autorizzate. I procedimenti usati per realizzare prodotti senza alcol oggi sono fondamentalmente due: dealcolazione e realizzazione di succhi d'uva dove il mosto non raggiunge la fermentazione e quindi non sviluppa alcol.
Vini alcol free, ecco come si fanno e chi li beve
Lo stesso Bottega, noto in tutto il mondo per il suo Prosecco Gold (le sue bottiglie dorate sono state scelte anche da Francis Ford Coppola per i suoi vini) e per i distillati, ha delle perplessità sulla tecnica usata per togliere alcol. “I vini dealcolati non offrono tanta qualità perché la tecnologia odierna porta via numerose sostanze che fanno bene al vino e al suo gusto. Noi invece partiamo dal mosto di cui blocchiamo la fermentazione con il freddo. In questo modo si tengono intatte le caratteristiche dell'uva: la bevanda resta dolce, ma in modo sano, fatto di zuccheri naturali che vengono dal frutto originale. In generale, ritengo che sia importante avere un prodotto d’uva senza alcol: ci sono momenti in cui non vogliamo o non possiamo bere alcol ma non ci va neanche acqua. L’uva fornisce sali minerali ed è più sana delle bevande gassate tradizionali. Inoltre, questi sparkling senz’alcol ben si prestano agli abbinamenti col cibo: dessert, frutta, ma anche aperitivi (da provare lo spritz analcolico) e piatti piccanti etnici come il thailandese, ad esempio, e italiani: ‘nduja, cipolle, paste all’arrabbiata”.
La distillazione sottovuoto
Su posizioni diverse Foradori che difende qualità, tecnologia e gusto dei prodotti dealcolati. “Se ti aspetti di degustare un Brunello di Montalcino o un Gewurztraminer eccellente la risposta è no! Ma dire che il gusto non è buono e che la qualità della tecnologia non è affinata non è assolutamente vero. Trent’anni fa forse, ma oggi abbiamo a disposizione la distillazione sottovuoto che permette di preservare gli aromi. L’alcol evapora a circa 80 gradi di temperatura, ma grazie alle nuove tecniche si ottiene lo stesso risultato a 30 gradi, mantenendo intatti profumi e note gustative”. Il progetto alcohol free di Foradori è nato nel 2019 ed è stato realizzato nel 2020 interamente in Germania. “Creare l’etichetta per poter vendere questa categoria di prodotto in Italia è stato un calvario per via delle normative: in Germania nessuno si scandalizza se si scrive “vino dealcolato o senza alcol in etichetta”, qui invece tutti mi hanno consigliato di lasciar perdere e di non specificare le uve. Per il nuovo prodotto ho usato Riesling della Mosella. Ma mentre per lo sparkling ho scelto un Riesling secco e ho compensato gli aromi con del mosto, sul fermo ho optato per un Riesling Kabinett, “predicato” per vini tedeschi che contiene già un buon residuo zuccherino e alcol più basso: 8.5-9 gradi di alcol e 40 grammi di residuo zuccherino. E così, prima dell'imbottigliamento non devo aggiungere mosto perché è già a disposizione il suo residuo naturale. Non dimentichiamo che un bicchiere di questo vino ha 19 calorie contro le 70-80 di quello tradizionale. Sono certo che susciterà interesse”.
L’appello degli enologi ai produttori
Coratella è intervenuto sul tema nel corso del 75esimo Congresso di Assoenologi, quando ha lanciato un appello ai viticoltori: “Purtroppo, penso che la nostra crociata contro i vini senza alcol non vada in porto, quindi facciamo affidamento sui produttori. Vada per il dealcolato totale, ma stiamo attenti a non massacrare il nostro vino organoletticamente, non ci facciamo illudere da apparenze di facili mercati, noi dobbiamo difendere la nostra storia, anche comparata alla modernità”.