Chiedono riconoscimento. E normative per riprendersi dall'emergenza Covid che ha colpito pesantemente anche il settore dello street food. Per questo si sono riuniti nell'Airs, l'Associazione italiana dei ristoratori di strada che si è presentata ufficialmente martedì sera a Roma, alla Stazione Birra. "Noi ci siamo e vogliamo sia rispettata la nostra identità: non siamo ristoranti né ambulanti le nostre sono imprese itineranti del cibo che lo stato ha dimenticato e abbandonato - denuncia Romina Valentini, che è abruzzese e da anni porta avanti on the road la tradizione degli arrosticini tipici della sua terra con il food truck Bizzi . La pandemia ha significato disperazione. Ha bloccato tutto. I camioncini fermi, i magazzini pieni con la roba invenduta e l'affitto e le bollette da pagare comunque. E i ristori praticamente pari allo zero".
Le fa eco Vittorio Covino che rivendica il suo esser cuoco anche senza una cucina in muratura. Lui è di Napoli e con il suo El Camino Food Truck si è inventato le salsicce di maialino nero cotte alla brace da portare in giro per le piazze: "Abbiamo un codice Ateco che non ci rispecchia, non possiamo essere equiparati a chi fa i mercati, il nostro è un mondo che ha a che fare con il cibo a 360 gradi, siamo ristoranti su ruote. Che si son dovuti bloccare. Negli ultimi due anni in Campania siamo stati immobilizzati dal nostro governatore De Luca...".
Una situazione, quella appena descritta dai cuochi di strada, che appartiene a tutte le oltre 20 mila aziende del settore in Italia. "Le regioni con la maggior presenza di imprese di street food sono il Lazio e la Lombardia, seguite da Campania ed Emilia Romagna ma ce ne sono ovunque da nord a sud - spiega a Il Gusto Alfredo Orofino imprenditore e ristoratore torinese e romano d'adozione, alla guida dell'associazione che fa parte della Fida Federazione italiana dettaglianti dell'alimentazione, partendo da circa 250 iscritti iniziali, con il supporto di International Street Food Italia , Buffalo Beer e Tiello Stretto . "Puntiamo a riempire il vuoto legislativo e anche culturale in cui si trova il comparto - sottolinea -. Spesso non si sa bene cosa sia lo street food, non si pensa che dietro un camioncino ci sia tanto di più, tante persone che ci lavorano, tanto impegno e tante spese da sostenere. Per questo vogliamo che ci sia il riconoscimento di un'identità. Non si può accomunare la ristorazione itinerante al lavoro degli ambulanti per i quali è previsto lo spostamento del mezzo ogni due ore quando si opera singolarmente e non in gruppo, negli eventi. Chiediamo che il settore sia regolamentato, che ci sia un tavolo con le istituzioni con cui confrontarsi direttamente, che ci sia un nuovo inquadramento fiscale, che di possa creare una continuità lavorativa oltre la stagionalità. Fra le proposte avanzate quella della creazione di villaggi stanziali in cui gli eventi invece di concentrarsi in due giorni possano allungarsi di due tre settimane creando così meno assembramenti".
"Negli ultimi anni prima della pandemia la richiesta di investire ed avviare un'impresa di questo genere era in forte crescita - continua Orofino -. Poi è stata bloccata dalla diffusione del Covid che oltre a colpire direttamente le aziende già avviate precedentemente, perché diverse hanno chiuso e ci sono state purtroppo anche delle morti causate dal virus, ha interrotto il lavoro di chi si era appena affacciato sul mercato". È il caso di Antonio Mazzotta che con il suo Daje Street Pub che propone hamburger rivisitati in versione romana ha accusato in pieno tutte le conseguenze dello stop obbligato dovuto all'arrivo del virus: "Abbiamo aperto nel gennaio 2020 poco prima che tutto si fermasse -ricorda - ora speriamo di riuscire a lavorare, tutti noi chiediamo solo questo". Un augurio e un'aspirazione per il cibo di strada che nel nostro Paese è un vero e proprio universo di sapori.
In Sicilia con arancine/i e pane e panelle. In Puglia con le bombette e il panino col polpo. In Toscana il lampredotto. In Emilia Romagna con la piadina e lo gnocco fritto. E ancora: in Piemonte con i plin al brodo o al ragù versione itinerante, in Liguria con la focaccia di Recco e in Valle d’Aosta la polenta con il lardo di Arnad. L'elenco è lungo e non mancano le new entry senza frontiere.
"Quello che va direttamente a trovare il consumatore nelle piazze della sua città è un cibo che non ha limiti e può mescolare tradizioni diverse, non solo nazionali" sottolinea il presidente dell'Airs che annuncia da marzo in poi una carrellata di appuntamenti in tutta Italia in 140 comuni. E indica fra le tendenze culinarie su strade quelle che mescolano "gusti per tutti i gusti" come il goulash, la jacket potato, il kurtos ungherese e la "carne esotica" di canguro, coccodrillo o zebra che finisce in un panino.
E il futuro? Orofino lo vede negli insetti: "Vorrei essere il primo a proporli come pasto in un cono".