Ci sono luoghi comuni duri a morire. Se dici Chianti ti vengono subito in mente quelle colline benedette dal sole dove vengono prodotti vino e olio universalmente conosciuti. Quando pensi al Mugello lo associ ai marroni, al latte fresco e ai formaggi che arrivano dai numerosi allevamenti zootecnici, al pane. Eppure la coltivazione della vite era già diffusa fin dal tempo degli Etruschi in questo comprensorio e nel Rinascimento i vini mugellani erano apprezzati più di tante zone oggi molto in voga.
A partire dagli anni Novanta si è avviata una fase di rilancio sul fronte enologico e grande spazio è stato dato all’introduzione di vitigni alloctoni e al recupero di quelli già esistenti ma in abbandono. Sfruttando al meglio le potenzialità che la terra di Giotto e del Beato Angelico offriva, si è arrivati a disegnare una nuova mappa della viticoltura dove accanto ai tradizionali Sangiovese, Malvasia e Trebbiano si sono aggiunte altre varietà ritenute impensabili fino a poco tempo fa. Ecco così che i produttori locali hanno giocato la carta del Pinot Nero e del Merlot, dello Chardonnay e del Muller Thurgau solo per citare alcuni casi. Una scelta che sta dando ragione a chi ha deciso di recuperare l’antica tradizione senza precludersi la possibilità di percorrere altre strade. Il numero di nuovi viticoltori ha iniziato a crescere nell’ultimo ventennio come dimostra la nascita, dieci anni fa, dell’associazione Appennino Toscano Vignaioli Pinot Nero dove i mugellani fanno la parte del leone.
Certo, i numeri sono ancora contenuti rispetto al giro d’affari di altre zone vinicole in Italia e all’estero ma lasciano ben sperare per il futuro del comprensorio. Forse l’azienda più nota è il Podere Fortuna sia perché qui si produceva vino già nel 1465 quando il proprietario della tenuta era Lorenzo Il Magnifico, ma anche perché è stata tra le prime aziende che negli anni Novanta hanno puntato sul rinascimento vinicolo mugellano. Oggi Podere Fortuna conta 6 ettari piantati a vigneto, principalmente Pinot Nero e solo in piccola parte Chardonnay e produce circa 25mila bottiglie all’anno di vini Igt: i tre rossi Coldaia, Fortuni e Selezione 1465, il bianco Greto alla Macchia e il Rosè. L’azienda di Scarperia e San Piero ha avviato inoltre la conversione al biologico.
Provvidenziale per lui è stato anche l’incontro con Manuela, oggi sua moglie, conosciuta durante un appassionato tango argentino. Attraverso lei è entrato in contatto con Franz Haas, produttore dell’Alto Adige da sette generazioni. Un incontro che è stato decisamente fondamentale nelle tappe della sua formazione. Così nel 2001 Cerrini ha costituito l’azienda agraria Il Rio, uno dei poderi storici della Fattoria di Molezzano. Oggi conta quattro tipi di vino, anche se la produzione resta di nicchia con poco più di 8mila bottiglie all’anno. Il prodotto di punta è il Ventisei, con uve 100% Pinot Nero ma quando l’annata non è all’altezza Cerrini non ha problemi a cambiare etichetta ripiegando sul Terosé: “Io e mia moglie ci abbiamo messo la faccia - conclude - e preferiamo fare così”.
Il Pinot Nero è riuscito a farsi strada anche nel cuore di Enrico Lippi e si è subito ambientato nella sua tenuta a cavallo tra Mugello e Valdisieve, alla confluenza tra il torrente Comano e la Sieve. Qui, non troppo lontano dal monte Falterona dove l’Arno ha origine, si trova il borgo di Frascole che dà il nome all’azienda agricola: un territorio di confine e di contrasti da sempre vocato alla viticoltura come i resti d’epoca etrusca rivenuti nella zona stanno a dimostrare. Lippi e la moglie Elisa sono rimasti stregati da questa terra dove il Sangiovese destinato al Chianti Rufina va a braccetto anche con vitigni alloctoni come il Traminer e il Sauvignon. All’inizio degli anni Novanta hanno deciso di rilevare la tenuta in abbandono e recuperarla: sul versante di Frascole già c’erano alcuni vitigni di Pinot Nero anche se alla fine si è dovuta attendere l’alba del nuovo millennio per cominciare a vedere i frutti di queste coltivazioni. La produzione in pianta stabile è cominciata dal 2016. Risale invece al 1998 il Merlot piantato a oltre 400 metri di altezza, all’epoca dei primi rinnovi del Sangiovese in azienda. Dopo averci un po’ preso le misure ecco l’uscita nel 2008 del primo Limine in purezza. Oggi l’azienda, la prima a essere certificata biologica nel comprensorio dal 1999, ha destinato 12 ettari alla produzione. Il Chianti Rufina rappresenta la quota maggiore anche se Merlot e Pinot Nero si difendono bene e si differenziano da tanti altri per la scelta di Lippi di imbottigliarli in borgognotta.