Neve, ghiaccio e vigneti impossibili: quando anche la potatura è un atto di eroismo

Neve, ghiaccio e vigneti impossibili: quando anche la potatura è un atto di eroismo
Dai pendii scoscesi della Valtellina ai terrazzamenti di Pantelleria, i volti e le storie della viticoltura eroica in Italia, non solo al momento della vendemmia
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Nel mezzo delle difficoltà nascono le opportunità” avrebbe detto Albert Einstein come monito per chi desiste; parole poco adatte a chi invece resiste e insiste, chi giorno dopo giorno si confronta con difficoltà così tanto radicate che sembrano entrate nel sangue, passando dalle mani ruvide da lavoratore, rese nobili dalla pelle ispessita che non forma corazza ma brilla come medaglia.

Li si definisce eroici nel loro confronto costante con le difficoltà, per la voglia di portare avanti il lavoro in vigna nonostante le condizioni impervie e talvolta sfavorevoli. Eroici nel perseverare, nel lavorare il vigneto; ma solo nel sentirli parlare si comprende che il vero eroismo non è nelle difficoltà, ma nell’affrontare quotidianamente gesti desueti, mantenendo l’entusiasmo e il sorriso di chi ama il proprio lavoro. “Nella viticoltura non ci vedo nulla di particolare, c’è da potare e si pota, c’è da raccogliere e si raccoglie” sono le parole di Martin Foradori Hofstätter, che parla delle operazioni di potatura invernale appena conclusa in vigna, riferendosi in particolare modo ai vigneti di Maso Michei, sfida che supera il limite degli 800 metri sul livello del mare e si inerpica ripida sulla montagna.

 Hofstätter  a Maso Michei
 Hofstätter a Maso Michei 

“A confronto del fondovalle la grande differenza sta nelle temperature più rigide, nella neve e nella pendenza; chi potava trenta anni fa era più disagiato, oggi la tecnologia dei tessuti aiuta molto - riferendosi sia agli indumenti impermeabili e caldi, sia alla leggerezza dei guanti che consentono di mantenere tepore sulle mani e, allo stesso tempo, sensibilità sulle dita - la difficoltà è la neve e la relativa sicurezza sul lavoro dei ragazzi in vigna, che adoperano uno strumento affilato e spesso elettrico” dovendo mantenere un appoggio stabile e in equilibrio su terreni scoscesi. Il freddo non ha mai spaventato la gente di montagna, men che meno i viticoltori, anzi, “a confronto degli anni passati, il lato positivo di questo inverno è stato aver avuto temperature rigide: la vegetazione deve risvegliarsi in primavera, la precocità aumenta i rischi potenziali di insetti indesiderati e funghi”. Ciò che sembrerebbe il vero disagio in realtà è la circostanza favorevole, le pendenze sono nella natura della montagna e nella vita del montanaro livellarle con la perizia del poggiare i piedi. Arriverà a sciogliersi la neve e busserà la primavera “la pacciamatrice allora passerà tra i filari; in passato la legna si usava per scaldare le case, si potava su ambo i lati dei filari. Oggi potiamo, ad anni alternati, solo da un lato del filare così accumuliamo a filari alternati e il passaggio della pacciamatrice presserà il terreno un anno sì e uno no, cerchiamo di limitare i dissesti idrogeologici”.

Anche in Valtellina le montagne dominano il paesaggio costellato di filari, pendenze che accompagnano gli uomini da sempre, che rendono il lavoro gravoso sulle gambe di chi sale e scende; ingegno e necessità hanno costruito, con sudore e sacrifici dei vignaioli, i muretti in pietra che delimitano i terrazzamenti, scalette solcate dal lavoro e dalle intemperie. “La difficoltà principale nei terrazzamenti è muoversi in salita, camminare in pendenza, perché poi per la potatura invernale non servono grandi attrezzi, basta la forbice - racconta Tommaso Friggeri, agronomo dell’azienda Nino Negri -. Nei vigneti tradizionali con filari a ritocchino, che seguono le linee di massima pendenza, una volta potato, si rastrella a mano, nei terrazzamenti con filari a girapoggio (dove la crescita delle viti sui filari segue l’andamento del versante) si passa con la trinciatrice; sul campo saliamo a piedi, avvicinandoci sì il più possibile con i mezzi, ma poi in montagna si prosegue a piedi.” Ed è facile immaginare la fatica di inerpicarsi su quei muretti che ricamano il panorama montano “anche per la manutenzione portiamo gli strumenti sulle spalle, quando sostituiamo i paletti usiamo una piccola trivella a motore che ci aiuta per i buchi, pesa una trentina di chili, ma sul terrazzamento la trasportiamo a mano” sono le parole fiere di Friggeri, che guida la squadra di ragazzi che cura i vigneti aziendali “così anche l’erba: dove arriviamo tagliamo con un decespugliatore, ma sulle pendenze più ripide a mano con il falcetto”.

Non c'è neve, non c’è montagna ma c’è la scelta tenace e consapevole di coltivare la vite secondo metodi antichi. Non rientrano nella definizione di viticoltura eroica questi impianti che in passato consentivano ai mezzadri di coltivare negli intercalari le produzioni agricole che sostentavano le famiglie (pomodori, fagioli e patate), con quella che oggi si chiamerebbe produzione integrata e allora invece nasceva dal buon senso che affronta le necessità. Così veniva vissuta nelle stagioni la bellussera, sesto di impianto ideato dai fratelli veneti Bellussi a fine del XIX secolo, con l'intenzione di combattere e arginare la peronospora e il marciume, grazie all'ingegno di chi si rapporta con l’umidità di terreni pianeggianti che nulla hanno a che vedere con le pendenze montane. Gli impianti delle viti si articolano intorno a pali di circa quattro metri di altezza, collegati fra loro da fili di ferro che formano ampie raggiere; quattro viti sostenute da ciascun palo si ergono in altezza fino a due metri e mezzo e si diramano inclinate, proiettando i tralci in diagonale nell’interfilare. Impossibile operare da terra, sia in vendemmia sia in potatura, questo sesto non consente la classica meccanizzazione ma l’ingegno applicato alle necessità ha portato all’ideazione di carri su cui sono montate ampie pedane, azionate da leve meccaniche che operano su un sistema pneumatico, la benda in termini dialettali.
 Ca' di Rajo - Vista dall'alto
 Ca' di Rajo - Vista dall'alto 

“È un’attrezzatura in dismissione, così come il sistema di allevamento della vite, ma è soprattutto una rappresentazione della storia del nostro territorio - San Polo di Piave, racconta Simone Cecchetto di Ca’ di Rajo - è ciò che ci lega alla storia del territorio insieme al vino che produciamo; i tralci sono a diverse altezze, verso il palo più bassi e si alzano di quota verso il centro dell’interfilare, quindi la beuda non solo consente la soprelevazione dei nostri operatori, ma permette anche di mantenere stabilmente la piattaforma inclinata per lavorare paralleli al tralcio e riporre cura e attenzione alle operazioni di potatura” così lavorano in inverno nella cura delle viti sui 15 ettari, dei cento in conduzione, nell’azienda Ca’ di Rajo. “Le nostre attenzioni volgono alla sicurezza dei potatori e dei vendemmiatori sulla beuda, non ci sono paratie che impedirebbero di spostarsi vicino alle piante, usiamo imbracature tecniche a tutela dei lavoratori, anche in vendemmia; abbiamo sei carri così attrezzati con le piattaforme - le beude appunto - le preserviamo e manteniamo perché è difficile trovare una soluzione alternativa. Inoltre riteniamo che il tipo di impianto sia una carta di identità della produzione, per questo motivo abbiamo deciso che dal 2018 ci sarà un bollino identificativo per le bottiglie prodotte dalle parcelle coltivate a bellussera.”
 Azienda Litan, Liguria 
 Azienda Litan, Liguria  
E' invece una montagna che si tuffa nel mare quella delle Cinque Terre, in Liguria. Nessun pendio morbido che accompagni i clivi verso le acque del mare, roccia che si staglia nei flutti delle onde; qui i vigneti godono delle brezze e del clima mitigato dal mare, fruendo altresì dei benefici delle rocce e dei declivi baciati dal sole. “Coltiviamo in una zona impervia, la potatura esula dalla verticalità; nelle belle giornate di fine inverno, quando c’è il sole e non siamo sferzati dal vento è pure piacevole lavorare in vigna - racconta Francesco Cevasco - ci spostiamo sulla monorotaia e poi proseguiamo a piedi.” L’immagine che ne deriva di questi carrellini che si spostano tra le viti e volgono lo sguardo al mare perdendosi nel confine tra orizzonte e cielo è struggente, come se i piedi non fossero a terra ma proiettati nelle sfumature di azzurro. Una volta sul posto la potatura è abbastanza semplice dice Francesco “più difficoltoso è il dopo, accatastiamo i sermenti, le parti tagliate, per portare via tutto dalla vigna: non passa la mietitrebbia, non ci arriva il trattore, solo in alcuni punti possiamo arrivare con le motozappe ma i mezzi dobbiamo farli calare a mano, legandoli con le corde e farli scendere. Così anche per concimare: i sacchi di letame li avviciniamo sulla rotaia, poi a spalla e spargiamo a mano.” Quello dell’azienda Litan è “un vigneto di montagna al mare” sintetizza poeticamente Cevasco.
 La monorotaia de Le Rive de Nadal
 La monorotaia de Le Rive de Nadal 

La storia di una famiglia si rincorre in pendenza, ripida in cui le viti radicano da anni e segnano nelle menti il ricordo del nonnoche le impiantò, così come gli sforzi di curarle e vendemmiarle con le gerle a spalla o le cassette a mano si risolse nell’intuizione dello zio Diego. Riva de Dal è il vigneto costeggiato da bosco frondoso e ombreggiato dove i ciclamini fioriscono, vigneto erto su una pendenza che arriva al 70% e farebbe pensare a lunghe piste da sci se non si trovasse a Farla di Soligo in provincia di Treviso, oggi sotto la cura di Stefano e Paolo Guizzo che portano avanti l’azienda Rive de Nadal. “La potatura è uguale a quella che si fa in pianura, arriviamo sul posto a piedi - salendo il pendio scosceso aggiungiamo, ma per  Stefano è normale - il difficile è la manutenzione di pali e ancoraggi, così come eliminare i sermenti di potatura: la tecnologia oggi ci aiuta, perché piccoli trinciatori su cingolati passano tra i filari fin dove arrivano, poi trasportiamo a valle sulle spalle.” I pendii a forte pendenza, racconta Stefano, hanno la deroga per bruciare i serpenti in vigna ma non lo fanno tendenzialmente, vista la vicinanza con il bosco “in potatura ci prendiamo cura anche dei bordi del vigneto, evitiamo che le fronde ombreggino eccessivamente i vigneto e il lavoro in pendenza si raddoppia così”. Curare la vigna vuol dire prendersi cura anche dei dintorni limitrofi, significa fare i conti con la terra in cui le radici affondano “abbiamo 40 cm di terra e sotto pietre, i pali non reggerebbero; insieme alla potatura verifichiamo e sostituiamo la palizzatura dove necessario trasportando i pali sulla rotaia fin dove possibile e poi li carichiamo sulle spalle. Anche le fallanze, viti vecchie o malate, le rimpiazziamo a mano: pala e piccone per scavare le buche” lavoro fisico di impegno su queste pendenze che porta alla produzione di 1000 bottiglie di 1.11Fal, produzione fiore all’occhiello dell’azienda Le Rive de Nadal che ricorda gli sforzi del nonno che per primo decise di mettere a dimora qui le viti all’inizio del 1900.

Quando la montagna lascia spazio al mare, quando i vigneti affondano le radici e si protendono nel cielo spazzato da effluvi iodati le condizioni di allevamento non sono meno pittoresche e ardue, le piccole isole riservano, insieme alle soddisfazioni nel vino, compiti ardui da affrontare. “Il nostro sesto di impianto è quello del passato, ci muoviamo sui terrazzamenti che guardano il mare; dove la parracina ha tenuto (il muretto di contenimento), in alcuni punti ha ceduto ed è sempre più difficile trovare artigiani sapienti che sappiano ricostruirli con le pietre recuperate - racconta Vera Mazzella, della cantina Antonio Mazzella - Insieme alla potatura, che facciamo a mano raccogliamo i sarmenti per bruciarli, poi la cenere viene riportata ai piedi delle piante a mano; lavoriamo in discesa, scendendo verso il mare, trasportando a spalla anche i pali in legno di castagno che sostituiscono quelli marciti, poi leghiamo i sostegni verticali fatti di canne e su questi usiamo legacci in salice. Il trasporto di tutto il materiale è fatto a mano in questo periodo, perché in inverno si formano canaloni di acqua che dissestano il terreno e non ci si può spostare con i piccoli cingolati” anche sull’isola di Ischia le angustie del lavoro invernale di accudimento della vigna si superano con la fatica delle gambe e il sudore di gesti antichi, la tecnologia aiuta ma non è tutto.
 Terrazzamenti a Pantelleria
 Terrazzamenti a Pantelleria 

Sulle piccole isole la viticoltura si definisce eroica in ogni frangente di lavorazione, l’impegno si moltiplica insieme alle onde che battono i lidi e ai venti che segnano le stagioni; a Pantelleria l’alberello pantesco, protetto in una buca scavata nel terreno per limitare l’impatto dei venti, viene trattato con “una potatura molto corta, per fare in modo che i grappoli delicati siano vicini al terreno - racconta Antonio Santoro, agronomo della cantina Donnafugata per l’isola - il potatore usa una forbice manuale e nel lavoro sta praticamente in ginocchio, solo così riesce a vedere bene da vicino.” La terra è bassa e in questo stare chinati gli si rende omaggio e si riempie di dignità e valore il duro lavoro; dipende dalle stagioni, non ci sono regole assolute “la potatura avviene in due fasi, perché siamo in una terra calda- spiega Santoro -: a novembre si tolgono la maggior parte dei tralci mantenendo lo sperone lungo, così a febbraio, se fa caldo, si evita il germogliamento precoce; poi tra la metà di gennaio e la metà di febbraio si rifinisce la potatura tagliando il capofrutto per ottenere gli speroncini” secondo la sapienza di chi intuisce l’andamento climatico e conosce lo sviluppo delle piante, anno dopo anno. “Si impiega più tempo a portar via le fascine ottenute dalla potatura che a potare, solo nei piccoli appezzamenti in piano come Ghirlanda riescono a passare i mezzi meccanici per la raccolta”.
 Barbatelle a piede franco 
 Barbatelle a piede franco  

Sempre in Sicilia, la montagna dell’Etna non crea grossi problemi in potatura, stando alle parole di Federico Lombardo di Monte Iato della cantina Firriato, “lì abbiamo il vantaggio di un lungo periodo per potare: più tardi si pota e più tardi c’è il risveglio vegetativo; la difficoltà è dovuta ai terrazzamenti, c’è un lavoro più intenso come fatica e più lento come numero di tagli giornalieri”. Dal suo racconto si capisce una volta di più come le diversità siano esse stesse ostacoli da superare, nella necessità di essere interpretate, un po’ come se ogni pianta fosse una storia a sé con il bisogno di essere ascoltata e capita “nei diversi allevamenti tra cui cordone speronato, doppio sperone, alberello ogni singolo taglio deve tener conto della salute della pianta, degli obiettivi produttivi, del carico dell’annata”. La vera sfida è la cura, anche in fase di potatura, del vigneto di Favignana, unico presente sulla piccola isola incantata “con il più giovane suolo emerso in Italia, due metri sotto il terreno è possibile trovare il mare, l’acqua salata; la terra è fertilizzata dalla poseidonia - pianta marina - quindi il problema vero è la senescenza delle foglie. Favignana viene potata per ultima, dopo tutte le altre vigne: qui più che altrove è fondamentale interpretare ogni singola pianta, quasi a domandarle quale caposperone o gemma mantenere” e solo orecchie esperte e mani ruvide sanno ascoltare i sussurri di queste viti e scegliere carezzevolmente i tralci che porteranno vita e uva nel vigneto.

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