Vi diranno che la cucina è formidabile, vi narreranno mirabilie sul pollo “Il migliore di New York”, vi delizieranno con pettegolezzi sulle celebrità incrociate nella hall dell’albergo, loderanno le attenzioni e le gentilezze del servizio. Tutto vero, verissimo. Ma la prima seria ragione per la quale merita di passare al NoMad è quella di andare a godersi un paio di drink al bar. Non di giorno, of course, ché il pubblico allora si divide equamente tra colazioni di affari e amici che si ritrovano a far quattro chiacchiere mangiandosi un piatto di rigatoni (con sugo di coda brasata, barbabietole e…rafano).
Siamo a Broadway. E la sera, quando le luci del bar ti attirano irresistibilmente verso il bancone, centinaia di bicchieri allineati scintillano in attesa di essere accarezzati. Bicchieri e libri, perché se c’è troppa gente ti siedi nella vicina Library. Sul set vegliano serene due belle teste di elefante in legno nero: e l’atmosfera è calda. Merito delle luci dorate che rischiarano con discrezione le pareti e i tavolini, e ancor più è l’allegria che serpeggia nella penombra: spiccano in attesa del primo, secondo o terzo cocktail qualche decina di belle donne e di begli uomini intenti al cazzeggio puro.
Con piacere scorro le mensole per scoprire etichette che – tranne i mixologi più capaci – pochi italiani giovani conoscono e che invece costituiscono una delle componenti più importanti dell’orgoglio alcolico tricolore. Componenti essenziali nelle ricette dei più grandi barman del mondo: curioso trovare vecchi classici come i tanti Martini dry, assieme a vermouth piemontesi di ultima de-generazione e a liquori che tanti davano per scomparsi, magari dopo averli liquidati un po’ frettolosamente - e snobisticamente – come Cocchi Americano, Amaro Zucca o Cio- Ciaro, Barolo Chinato, Strega, Campari, Averna, Fernet Branca. Ci manca Dom Bairo l’Uvamaro e poco altro…
Coppe, coppette e tumbler salgono con cento brindisi e trascinano il tono delle conversazioni. Ma l’understatement non si perde, anche se la definizione di “gastro-pub” mi sembra stia davvero molto stretta e suoni eccessivamente riduttiva nei confronti di questo “casually elegant place”, guidato dal tre stelle Michelin Daniel Humm e dal patron Will Guidara, soci sia nell’albergo NoMad sia nell’Eleven Madison Park, il ristorante che dopo la recente conquista del vertice 50Best viene considerato il primo al mondo (per quanto ogni classifica possa essere definitiva ed esauriente).
Confesso che i miei Martini hanno tenuto botta, accompagnandomi in un pasto abbastanza sobrio. Ignoro la “Poulet”, la birra prodotta a Brooklyn per essere abbinata al piatto più famoso: il Pollo Arrosto, intero e servito quindi per due al ragionevole (?) prezzo di 89 dollari. Perché ragionevole? Perché è farcito di foie gras e tartufo nero: una gioia per i sensi, che risveglia persino le papille di chi ha alzato il gomito. Prima un cameriere lo porta a tavola per mostrartelo fragrante, appena uscito dal forno; poi lo fa riposare; infine, lo sfiletta e solo a quel punto lo presenta al tavolo, servendolo in due piatti.
Non vedrete più nulla attorno, né il burger di pollo che pure gode di un discreto numero di fan, né il merluzzo (presentato con broccoli, funghi e maiale), salvo risvegliarvi col menu dei dolci. Ma questa è un’altra storia: troppi Martini per metterci sopra un cremoso di cioccolato con gelato di noce. Nemmeno un goccio di Scotch!
Una New York da sogno ad un prezzo (quasi) ragionevole: ecco il NoMad
Guido Barendson
A Broadway il ristorante casual-chic dei titolari dell'Eleven Madison Park, tra pollo sublime e cocktail calibrati