BANGKOK – Esterno notte: 35 gradi centigradi, umidità 98 per cento. Villino coloniale di legno bianco a due piani miracolosamente sopravvissuto in mezzo ad una selva di grattacieli. Un paio di voiturier parcheggiano silenziosi le grosse cilindrate affidategli dai signori che si affrettano ad entrare nel freddo dell’aria condizionata. Interno notte: sotto la volta di legno rimbomba a tratti stentorea una voce che racconta i piatti ad un gruppo di ospiti raccolti in religioso silenzio.
Comincia così il rito che ogni sera Gaggan (nome) Anand (cognome) celebra per i privilegiati che hanno con qualche mese d’anticipo ottenuto un tavolo.
Qui non puoi scegliere, ti avverte subito tanto premuroso quanto inflessibile un profumatissimo maitre, che ti sfila accanto ogni volta inchinandosi e facendosi piccolo piccolo, quasi volesse rendersi invisibile. Il menu (sui 120 euro) è composto da 25 portate, non una di più né una di meno, si mangia solo con le mani, aggiunge magnanimo: nel corso della cena alcuni piatti ve li spiegherò, ma attenti, di altri dovrete dirmi voi cosa pensate contengano.
Del resto, dal tavolo che affaccia in cucina, si capisce subito che non esistono margini per ottenere un trattamento personalizzato, che escluda ad esempio spezie insopportabili come il coriandolo, che la fa da padrone.
Più giro il mondo, più scopro che il successo in certi casi ha generato mostri. Fortuna che proprio mentre comincio ad inquietarmi, arriva lui, i capelli raccolti in una piccola crocchia, a presentare i suoi piatti. Riusciremo anche a farlo parlare di sé.
Veramente questa Yogurt Explosion – uno spoon - l’ho mangiata l’anno scorso. L'obiezione lo spiazza, a conferma che non deve essere abituato a ricevere osservazioni. “Ah, ma lei è italiano”, si sorprende: “Ha ragione, è uno dei pochissimi piatti bandiera che resistono in carta”.
In effetti la carta non potrebbe risultare più essenziale. Un solo simbolo a illustrare ogni piatto: la melanzana, che si rivelerà presentata come un biscotto esaltato da un dolce chutney di cipolla; una pallina scura che pretende di sembrare un supplì colorato col nero di seppia e al contrario accoppia fuori una polvere di carbone di bambù nipponica che nasconde un cuore di sublimi gamberetti.
E’ evidente il compiacimento nell’obbligarti a indovinare la vera natura delle pietanze. Ma a mano a mano che avanzi passando di boccone in boccone, persino il vecchio palato del viaggiatore arrivato dall’Europa si abitua, con soddisfatto divertimento. A prima vista sembra un rapanello pelato grossolanamente, eppure subito si rivela un’esplosione di peperoncino liquido nascosto in una piccola sfera di cioccolato bianco. E ancora: un cono annuncia un inedito gelato di ricci di mare pompato a mille da una crema di mango e dal wasabe. Il vero divertimento però arriva con gli ultimi dieci inganni. Ad annunciare la svolta e finalmente una citazione evidentissima delle radici indiane, ecco un curry bollente di pollo con mostarda di cavolo, e ancora nel contrasto caldo-freddo quattro cappesante appena scottate da divorare col gelato di cocco e curry!
Lo chef si placa e depone la maschera da istrione che indossa ogni sera. Gli piace sentire evocato il patron della Francescana. “Anche l’Italia per me si è rivelata importante. Lei ora si lamenta che io impieghi troppe spezie. Guardi, questo non è niente. Io sto andando per sottrazione, cerco di non usare più di due o tre ingredienti per ricetta. Sto entrando in una fase minimalista”.
Non si direbbe affatto, quando tra i dessert figura una barbabietola rossa sulla quale spicca un gelato di formaggio blu grattugiato, una sorta di Gorgonzola. L’evocazione dei latticini accende un entusiasmo che non sembra quello di prammatica, una gentilezza formale. “Ah, mi ricordo un giorno ero vicino a Bologna, a Marzabotto con la mia ragazza – adooora venire a spendere un sacco di soldi per lo shopping da voi – e ogni mattina mi abboffavo di scquaquerone, bello fresco, lo condivo con olio e con l’aceto balsamico”.
Davvero curioso – e motivo di orgoglio – venire fin qui, a dodici ore di aereo da casa, per sentire l’elogio della nostra insuperata icona mondiale. La Trattoria. la vecchia classica trattoria. Un archetipo che costituisce nell’immaginario globale la base della nostra storia eno-gastronomica, e che tale resta, con buona pace di mllle mode. Gaggan, allora ti aspettiamo a Paestum, prepara un bel piatto a base di mozzarella: “Vi stupirò, sicuro che vi stupirò. Anzi, stupirò per primo me stesso!”.
Gaggan, il ragazzo di Calcutta che a Bangkok è diventato il Bottura d'Asia
Guido Barendson
Le invenzioni e la "cucina masala molecolare" dello chef, considerato il migliore del Continente. Ad aprile sarà in Italia, paese che adora