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Laboratorio vino: le Marche e la svolta biologica

Laboratorio vino: le Marche e la svolta biologica

I vertici dell’Istituto tutela vini: il bio marchigiano non è una scorciatoia ma un sistema più esigente, niente chimica di sintesi, solo rame e zolfo, quindi interventi tempestivi e un’organizzazione più rigorosa

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Le Marche sono diventate, nel giro di poco più di vent’anni, il laboratorio più avanzato del vino biologico italiano. La prima conferma è numerica: oggi quasi il 40% del vigneto regionale è certificato bio, una quota che non ha eguali nel Paese e che poggia su circa 7.000 ettari su oltre 17.500 complessivi. Il dato, diffuso a Vinitaly dalla Regione, fotografa un primato costruito nel tempo e rafforzato da una crescita degli operatori biologici del +71,5% nell’ultimo decennio.È però un primato che va letto con un distinguo: riguarda la vigna, non automaticamente la bottiglia. «Il biologico è nella produzione primaria – osserva Michele Bernetti, presidente dell’Istituto marchigiano di tutela vini – ma non sempre si traduce in certificazione in etichetta».

Michele Bernetti
Michele Bernetti 

Sfide future

Il punto è tutt’altro che secondario: oggi non esiste una statistica che dica quanto vino, pur partendo da uve bio, venga effettivamente venduto come tale. È qui che si gioca la partita dei prossimi anni, quella della redditività più che della superficie.L’adozione diffusa ma non uniforme. Alcune province come Ascoli Piceno guidano con oltre il 60% della superficie vitata in regime biologico, seguita da Ancona (55%) e Macerata (45%), mentre Pesaro Urbino e Fermo si attestano sopra il 35%. Non è un caso che il baricentro sia nel Piceno, dove la presenza di aziende di dimensioni medio-piccole ha favorito la conversione. «Le piccole imprese, spesso, riescono a programmare con un polso diretto e quotidiano sui loro vigneti – spiega Simone Capecci, presidente del Consorzio tutela vini piceni – e ciò facilita lo sviluppo del biologico».Oltre a una spinta culturale, non manca quella economica. «I contributi hanno aiutato», ammette Capecci, citando i sostegni legati alla Pac.

Simone Capecci
Simone Capecci 

La Regione Marche, dal canto suo, ha destinato al biologico il 35,7% della dotazione del Complemento di sviluppo rurale, pari a 135,86 milioni di euro. Un intervento strutturale che ha accompagnato quella che, nei fatti, è stata una crescita per imitazione: pochi pionieri negli anni Novanta – tra cui l’azienda Aurora nel territorio di Offida – e poi una diffusione progressiva, azienda dopo azienda. Sul piano agronomico, il bio marchigiano non è una scorciatoia ma un sistema più esigente. «Nel biologico, si previene» sintetizza Capecci. Tradotto: niente chimica di sintesi, solo rame e zolfo, quindi interventi tempestivi e un’organizzazione più rigorosa. Il rischio si gioca pressoché tutto in vigna, perché «se porti uva sana in cantina, poi non hai grandi problemi».

Le regole del gioco

Vero, oggi aiuta anche il supporto di tecnologie di monitoraggio sempre più avanzate. Il clima, però, sta cambiando le regole del gioco. «L’irrazionalità climatica è la difficoltà principale» avverte Bernetti. Piogge concentrate, sbalzi improvvisi, andamento stagionale meno prevedibile che in passato, con neve a primavera e bombe d'acqua alternate al grande caldo estivo: condizioni che rendono più complessa la gestione biologica e – specie in presenza di piogge prolungate - aumentano la pressione di malattie come la peronospora, indicata come il nemico numero uno. Il 2023, da questo punto di vista, è stato un anno spartiacque, capace di raffreddare entusiasmi e riportare il tema della sostenibilità su un terreno più concreto. Anche la risposta dei vitigni contribuisce a definire il quadro. Nel Piceno, la Passerina resta una protagonista naturale del bio: su scala regionale, il Verdicchio è considerato tra i più gestibili, mentre il Montepulciano, più sensibile in primavera, può offrire buone performance una volta superata la fase più critica.

Sul fronte del mercato, la domanda cresce, trainata soprattutto dai consumatori più giovani e dai mercati esteri più sensibili al tema – Nord Europa, Nord America, Giappone. Ma emergono anche ostacoli tecnici: certificazioni non sempre riconosciute fuori dall’Unione europea, procedure complesse, etichette da adattare. «A volte c'è chi rinuncia per pigrizia» ragiona ancora Capecci, ma il risultato è che una parte del valore potenziale resta inespresso.Per questo il primato marchigiano, oggi, è insieme solido e incompleto. Solido nei numeri agricoli, nella diffusione territoriale, nella cultura produttiva. Incompleto nella capacità di tradursi in prezzo, riconoscibilità e quota di mercato. La vera sfida non è arrivare al 50% di vigneto bio – traguardo possibile ma non scontato, anche alla luce del clima – quanto trasformare quel 40% in una leva economica stabile. In altre parole: passare dal primato della vigna a quello della bottiglia.

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