Il mondo del vino in Canada parla sempre più italiano. Nel vuoto lasciato dalle etichette americane, complice la crisi diplomatica tra Ottawa e Washington, si sta aprendo una nuova partita, sempre più europea. E nel momento in cui il mercato canadese ridisegna le proprie scelte di importazione, l’Italia si conferma primo fornitore per volume e secondo per valore, rafforzando una presenza già storica in un contesto che sta cambiando rapidamente. A spingere questo riequilibrio ha contribuito il contesto geopolitico: nei primi nove mesi del 2025, anche alla luce dei dazi del 25% imposti dall’amministrazione del presidente Donald Trump, le esportazioni Usa verso il Canada sono diminuite di oltre 23 milioni di litri e più di 200 milioni di euro, facendo scivolare gli Stati Uniti al sesto posto tra i fornitori.
In termini percentuali, secondo i dati del US Census Bureau, nel 2025 le esportazioni di vino americano verso il Paese vicino sono crollate di circa il 78%. In questo scenario i vini europei, e italiani in primis, stanno guadagnando terreno, mentre gli operatori canadesi arrivano a Vinitaly 2026 con una presenza più ampia, segno di un sistema che cresce e si ridefinisce tra settore interno e ambizioni internazionali. Per l’Italia si tratta del quarto mercato principale tra i Paesi di destinazione, con un controvalore dell’export tricolore nel 2025 di quasi 421 milioni di euro, dietro solo alla Francia (con 499 milioni di euro) e primo per volume con 75 milioni di litri. Seguono, a notevole distanza, Spagna, Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti. Il Canada è considerato storicamente vicino al made in Italy enologico, ma offre ancora ampi margini di crescita potenziale, in particolare sui prodotti del segmento premium.
Il prezzo medio dei vini diretti verso il mercato nordamericano è infatti tra i più alti in assoluto, circa il 52% in più della media globale delle nostre spedizioni nel mondo. Tra le tipologie più richieste dominano i rossi, in particolare i Dop che rappresentano il 40% delle vendite (a cui si aggiunge un altro 14% di rossi Igp). I bianchi Dop coprono il 18% del mercato, mentre gli spumanti si avvicinano al 15%. Il contesto attuale (commerciale e non solo) ha aperto scenari inediti pure per i produttori locali. Se da un lato il divieto imposto da diverse province canadesi sui prodotti made in Usa ha causato un deficit di 357 milioni di dollari per l'industria vinicola a stelle e strisce, in Ontario ad esempio le vendite di vini VQA sono aumentate del 56% da quando i prodotti statunitensi sono stati rimossi dagli scaffali del Liquor Control Board. La Société des alcools du Québec, da parte sua, afferma che le etichette della regione hanno registrato un incremento simile, pari al 54,5%, e le vendite in Nuova Scozia sono aumentate del 19,5% raggiungendo i 6 milioni di dollari nel secondo trimestre del 2025 (30 giugno - 28 settembre), secondo la Nova Scotia Liquor Corporation.
In British Columbia, infine, le vendite nette di vino sono salite del 19,5% rispetto all’anno precedente, stando alla BC Liquor Distribution Branch. Per anni il vino canadese è rimasto ai margini del grande racconto globale, identificato soprattutto con l’ice wine, il vino del ghiaccio ottenuto da uve congelate naturalmente sulla vite, raccolte e spremute a temperature inferiori a -7 gradi centigradi. Oggi, invece, il quadro è più articolato. Il cuore produttivo resta concentrato tra Ontario e British Columbia, che insieme rappresentano oltre il 90% della produzione nazionale, ma il profilo stilistico si è ampliato: Chardonnay, Riesling e Pinot Noir guidano una produzione sempre più orientata ai vini di clima fresco, mentre Cabernet Franc e Gamay stanno emergendo come varietà identitarie. Per Ilya Senchuk, co-fondatore e produttore di Leaning Post Wines in Ontario, tra i produttori più attenti a questo cambio di passo, è evidente come la percezione stia cambiando: i vini canadesi non sono più una curiosità, ma una vera espressione del ‘cool climate’, con identità e precisione. Tutto questo trova riscontro nei numeri, visto che nel 2025 le cantine VQA dell’Ontario hanno conquistato un totale di 193 medaglie ai Decanter World Wine Awards, un risultato impensabile solo un decennio fa.
Importante è pure il fattore clima: il cambiamento climatico sta avendo un impatto sulla produzione di colture alimentari come grano, riso e mais, ma anche caffè, cacao e uva. La maggior parte dei vigneti del mondo, compresi i più prestigiosi, si trova ad affrontare incredibili sfide che mettono a rischio la loro stessa sopravvivenza se non si adattano alle mutate condizioni ambientali. Ma secondo alcune recenti analisi, in Canada l’aumento delle temperature sta estendendo la vocazione viticola di molte aree, consentendo una maggiore maturazione e l’introduzione di nuove varietà.
L’Ontario, ad esempio, ha aggiunto 24 nuove varietà di uve ai disciplinari VQA, una mossa che, secondo gli esperti, contribuirà a espandere il settore oltre le tradizionali regioni di coltivazione e a riflettere l’evoluzione climatica in atto. L'introduzione di nuove varietà rappresenta un grande beneficio per i viticoltori dei climi più rigidi, tra cui la The Roost Wine Company di Clarksburg, nei pressi della Georgian Bay: “Questo - afferma Michael Maish, co-proprietario di The Roost - ci aiuta a progredire e a innovare in modi diversi, riflettendo appieno la nostra capacità di coltivare uve di qualità e produrre vini eccellenti in Ontario”.