La cinquantottesima edizione del Vinitaly prende forma nel cuore delle istituzioni. Alla Camera dei Deputati, nella Sala della Lupa, la presentazione della nuova edizione restituisce subito la misura di un settore che non è solo economia, ma leva strategica del sistema Paese. Tra mercati in evoluzione, nuovi consumi e tensioni geopolitiche, il vino italiano si prepara a ridefinire il proprio posizionamento, e Vinitaly si conferma piattaforma di visione oltre che di business. Federico Bricolo, presidente di Veronafiere, lo sintetizza così: “Siamo consapevoli delle sfide, ma l’Italia ha carte più importanti di altri”.
Carte che risiedono nella biodiversità vitivinicola e nella capacità storica di reagire alle crisi. Il primo tavolo diventa così racconto di resilienza. Piero Antinori richiama la crisi del metanolo come momento di svolta, da cui nacquero regole più severe e una nuova consapevolezza: “Si capì che il vino non poteva costare meno dell’acqua”. Marco Caprai insiste sulla dimensione culturale, José Rallo racconta l’innovazione della vendemmia notturna come linguaggio contemporaneo, Paolo Damilano ribadisce la fiducia nel sistema Italia, mentre Gaetano Marzotto invita a “fidarsi delle nuove generazioni”, in un contesto dove si beve meno, ma meglio.
È però nel secondo tavolo che Vinitaly entra nel merito e si definisce come strumento. Bricolo torna sui numeri, che confermano quelli dello scorso anno - oltre 4000 espositori, tutte le regioni italiane presenti, operatori da 140 Paesi - ma soprattutto sul metodo: “Il collegamento tra aziende, associazioni, Regioni e Governo è un valore aggiunto enorme”. In uno scenario segnato da dazi, guerre commerciali e instabilità, Vinitaly si propone come luogo di sintesi tra mercato, istituzioni e promozione internazionale. La dimensione estera è centrale. Accanto alla fiera, si rafforzano strumenti come Vinitaly International Academy e appuntamenti simbolo come OperaWine, mentre cresce il peso della comunicazione e della presenza sui mercati globali. Gianni Bruno, direttore generale di Veronafiere, traduce questa visione in organizzazione: circa 97 mila operatori attesi, il 30% dall’estero, oltre 3.000 top buyer e migliaia di incontri B2B.
Ma il punto non è solo la scala. Vinitaly 2026 si ridisegna intorno al mercato: nuovi layout, più integrazione con ristorazione, packaging e brand, e un ruolo sempre più centrale dell’enoturismo, definito “leva strategica” per intercettare una domanda orientata all’esperienza e all’autenticità. A questo si affianca la tecnologia: piattaforme per il matching, cataloghi evoluti, assistenti digitali per orientare la visita. Anche il design acquista peso, segno che la competizione si gioca sempre più sulla narrazione oltre che sul prodotto. Più analitico l’intervento di Carlo Flamini (Uiv – Vinitaly), che ridimensiona alcuni luoghi comuni: “Più della metà degli adulti italiani consuma vino". Non è un crollo, ma un cambiamento. Si beve meno spesso, ma con maggiore consapevolezza. Cala la quotidianità, cresce l’occasionalità.
E soprattutto i giovani non abbandonano il vino: cambiano contesti e motivazioni, con un consumo più legato alla socialità e al fuori casa. “Proiettiamo aspettative sbagliate sui giovani”, osserva. Il vero cambiamento riguarda tutto il modello: meno quantità, più valore. Su questo scenario si innesta il tema decisivo dell’internazionalizzazione. Matteo Zoppas, presidente Ice, è diretto: “Dobbiamo accelerare ancora di più all’estero”. Vinitaly deve diventare sempre più una piattaforma capace di portare buyer in Italia e accompagnare le imprese sui mercati internazionali. Canada, India, Brasile, Cina, Sud-Est asiatico, Stati Uniti: i mercati si moltiplicano e la strategia è duplice, sostenere i grandi brand e aprire spazi alle PMI.
“Portare i buyer in Italia e le aziende all’estero” è la sintesi, in un modello basato su collaborazione tra istituzioni e filiera. Il ministro Francesco Lollobrigida amplia lo sguardo: “Il vino è un settore di grande successo”, ma anche un elemento identitario. Non una crisi, ma “una conversione di curva”: cambiano i consumi, cresce il valore. Da qui il legame sempre più stretto con enoturismo e ristorazione e il richiamo alla cucina italiana patrimonio Unesco: “Mangiare italiano significa anche bere italiano”. Centrale anche il tema reputazionale: “Dire che il vino fa male non è giusto”, afferma, distinguendo tra consumo e abuso.
Un passaggio che segna la volontà di difendere il settore anche sul piano culturale. La chiusura del presidente della Camera Lorenzo Fontana richiama i tre assi strategici: qualità, innovazione e apertura ai mercati. È qui che i due tavoli si incontrano. Il primo ha raccontato la capacità del vino italiano di attraversare le crisi. Il secondo ha indicato la direzione: più sistema, più estero, più strumenti, più consapevolezza. Vinitaly 58 si presenta così non come celebrazione, ma come passaggio di posizionamento. Il vino italiano resta forte se continua a leggere il presente, investire nei mercati e trasformare il proprio valore in visione.