Il ricordo

Nelle zucche di Yayoi Kusama risplende il senso dell’infinito

La Yellow Pumpkin a Naoshima
La Yellow Pumpkin a Naoshima 

L’ortaggio era uno dei temi ricorrenti nel lavoro dell’artista giapponese, ricordo della sua infanzia nella campagna di Matsumoto

2 minuti di lettura

Prima dell’infinito c’era una zucca. Prima delle stanze di specchi, dei punti che avrebbero invaso tele, corpi e paesaggi, prima ancora che il mondo imparasse a riconoscere Yayoi Kusama da quella costellazione inconfondibile, c’erano una bambina, la campagna di Matsumoto e una zucca grande quasi quanto una testa umana. La vide accompagnando il nonno nei campi dell’azienda di famiglia, che coltivava piante e sementi. Quando si avvicinò per raccoglierla, raccontò molti anni dopo, la zucca cominciò a parlarle.

Accadeva che le cose, davanti agli occhi di Kusama, smettessero improvvisamente di stare al loro posto: le violette acquistavano una voce, i motivi di una tovaglia si propagavano nella stanza, punti e reti continuavano sulle pareti e poi sul suo stesso corpo. Lei tornava a casa e disegnava ciò che aveva visto: disegnandolo, avrebbe spiegato, riusciva ad attenuare lo shock e la paura. Era già, forse, un modo per ricomporre la distanza tra sé e ciò che la turbava.

La zucca, però, apparteneva a un’altra specie di apparizioni: non incuteva paura, aveva una forma buffa, carnosa, irregolare, una gravità bonaria. Kusama ne avrebbe ricordato la superficie tenera al tatto e quella comicità che continuava a farla sorridere anche molti decenni dopo. Soprattutto amava ciò che nella zucca mancava ovvero ogni pretesa di eleganza, ogni aspirazione alla perfezione. La sua «generosa mancanza di pretese», la chiamava, insieme a un «solido equilibrio spirituale».

Forse è in queste parole, più ancora che nei pois, che si nasconde qualcosa di Kusama. Perché la zucca non promette nulla, semplicemente cresce rasoterra, prende la forma che può, porta sulla superficie le irregolarità della propria crescita: in un universo che per la bambina poteva improvvisamente dilatarsi, perdere i contorni e diventare minaccioso, quell’ortaggio goffo opponeva alla vertigine la propria presenza.

Kusama cominciò a dipingerlo giovanissima e non smise più. Le zucche attraversarono silenziosamente la sua vita mentre tutto il resto cambiava: il Giappone lasciato nel 1957, New York, la povertà degli inizi, le grandi Infinity Nets dipinte fino allo sfinimento, l’avanguardia degli anni Sessanta, le performance, gli ambienti, gli incontri con Andy Warhol e Donald Judd; poi il ritorno in patria e gli anni in cui il sistema internazionale dell’arte sembrò quasi dimenticarla. Lei continuava a lavorare: anche se nessuno avesse mai visto le sue opere, avrebbe raccontato, avrebbe continuato a esprimere attraverso l’arte ciò che aveva dentro. E, in tutto quel tempo, le zucche continuarono a riaffiorare.

Quando nel 1993 il Giappone le affidò il proprio padiglione alla Biennale di Venezia, Kusama aveva più di sessant’anni e alle spalle un lungo periodo di una vita marginale. Per il suo ritorno scelse ancora loro: nella Mirror Room (Pumpkin) le piccole zucche gialle ricoperte di punti neri si ripetevano negli specchi finché non era più possibile contarle. La forma più terrestre del suo immaginario diventava cosmica; qualcosa che cresce negli orti entrava nell’infinito.

È forse per questo che la zucca racconta Kusama persino meglio dei suoi celebri punti. Tiene insieme i due movimenti contrari che attraversano tutta la sua opera: il desiderio di dissolvere i confini e la necessità di trovare qualcosa che abbia peso: la zucca è piena, carnale, aderente alla terra; i pois, al contrario, ne interrompono la superficie, la fanno vibrare, sembrano sul punto di confonderla con lo spazio. Da una parte la self-obliteration, quella cancellazione di sé che Kusama ha inseguito per tutta la vita; dall’altra una forma ostinatamente presente.

Con gli anni le zucche sono cresciute, sono uscite dai quadri e hanno occupato stanze, giardini, musei, città. A Naoshima una di loro si è fermata davanti al mare interno del Giappone: enorme e gialla, punteggiata di nero, in fondo a un pontile. Ha qualcosa di incongruo e insieme perfettamente naturale, come se non fosse stata collocata lì ma fosse arrivata dall’acqua e avesse deciso di restare.

Oggi è difficile separare quelle forme dalla loro fortuna planetaria, dalle fotografie, dalle file nei musei e dalla trasformazione di Kusama in un’icona, eppure, dietro la spettacolarità, rimane intatta la prima zucca di Matsumoto. L’artista non ha corretto la sua imperfezione, né ha cercato di addomesticarne la stranezza: l’ha ripetuta, ancora e ancora, lasciandole il peso, le curve irregolari, quella comicità terrestre che l’aveva incantata da bambina, rendendola una presenza familiare nel suo universo. E così la zucca resta a terra mentre intorno tutto si moltiplica. Non oppone resistenza all’infinito e non vi si perde. Semplicemente, vi trova posto: una piccola tregua tra sé, noi, e il mondo.

Scegli su quale testata vuoi vedere questo contenuto