Un profeta in patria, un eretico gentile, un capopopolo suo malgrado. Non si può girare per i Colli Tortonesi con Walter Massa senza essere fermati di continuo da gente che vuole salutarlo, che ha cose da chiedere e da suggerire, una foresta di mani da stringere, bicchieri da riempire e vuotare. E anche nel soggiorno della sua casa di Monleale, dove comincia questa giornata trascorsa a scoprire il suo mondo, e dove per prima cosa alle dieci del mattino ci offre un Timorasso, arriva la telefonata del cantautore Luca Ghielmetti per aggiornarlo su una festa che stanno organizzando insieme, e parte una conversazione che mette insieme musica e salami, vini e vinili, perché quello che fa, ama farlo insieme.
È così che si capisce il senso di uno dei suoi due prossimi obiettivi: portare il Timorasso alla Doc. Per ora il vino che ha (ri)scoperto e lanciato verso il successo planetario è una sottozona della Doc Colli Tortonesi. Sembra una questione per addetti ai lavori, ma lui ce la interpreta: “Avrei potuto chiamare il mio Timorasso con il nome del cru, per esempio Costa del Vento, di Walter Massa, e fine. Invece ho voluto scriverci Derthona, l’antico nome di Tortona con cui chiediamo la Doc. Perché un vino è il suo territorio. Il Timorasso puoi piantarlo ovunque, il Derthona viene solo da qui, lo facciamo solo noi”. E in fondo il Timorasso è nato proprio da un noi. “Tortona e i suoi colli erano terre di rossi. Ma perché lo chiedeva il mercato. Di rosso se ne beveva fino a 100 litri l’anno pro capite, da noi arrivavano tre volte all’anno gli osti con i camion presi in prestito da muratori nei weekend, e se ne andavano carichi di damigiane di rosso, mentre il bianco veniva trascurato, dimenticato. Eppure già nel Trecento Pietro De Crescenzi, uno dei primi agronomi della nostra storia, scriveva…”.
Si alza, scartabella fra pile di libri e fogli sul tavolo, trova quello giusto e legge: “Il gioiello della viticoltura tortonese sono dunque i vini bianchi secchi. Hanno uno splendido avvenire. Noi siamo la costola del Gavi come lo Chablis è la costola della Borgogna. Ma invece del Cortese, io ho cominciato a vinificare il Timorasso, e in purezza, che è piaciuto subito a molti e molti mi hanno imitato. Per fortuna ho trovato due galantuomini, Paolo Poggio e Andrea Mutti, con cui siamo riusciti a darci delle regole in quell’inizio ancora senza regole, a decidere di aspettare, di tenerlo fermo un anno, perché avevamo capito subito che quel vino, ad aspettare, diventava migliore, superbo. Sarebbe bastato poco per guastare tutto e fare ciascuno i propri interessi. Ma noi abbiamo tenuto duro. Insieme”.
E il Derthona è diventato la locomotiva del rilancio di tutta la zona, comunque ad alta vocazione enogastronomica: con il tartufo bianco, il salame di Giarolo fatto con i tagli più nobili del maiale, il formaggio Montebore, le fragole e le pesche di Volpedo: un benessere condiviso. Mentre giriamo per i paesi, fra assaggi (strepitose le fragole) e pellegrinaggi (“qui Pellizza ha dipinto il Quarto Stato, là aveva lo studio dove si era aperto un lucernario”, spiega Massa) una signora che viene a salutarlo dice: “Un tempo quando diceva che un giorno qui ci sarebbero stati i cartelli che esaltano i vini dei Colli Tortonesi mi sembrava matto. E invece, i cartelli eccoli lì”, e ne indica uno proprio accanto.
Il secondo obiettivo di Walter Massa è il tappo a vite, un’eresia che dimostra quanto sia pragmatico l’eretico: legato alla sua terra e alle tradizioni, “quando non sono sbagliate!”, sottolinea. E anche qui c’è un noi: gli Svitati, gli alleati per sostenere la supremazia del tappo a vite: lui, Franz Haas, Mario Pojer, Graziano Prà e Silvio Jermann, supremazia dimostrata anche in ormai storiche degustazioni. “Una volta si usava il tappo di sughero come si usava il cavallo. Non c’era la tecnologia, non c’erano i materiali. Ma oggi non andiamo più a cavallo, ma in automobile. Perché usiamo ancora il tappo di sughero?”. Ed entra nel dettaglio: “Oggi noi siamo in grado di chiudere una bottiglia in maniera perfetta, scientifica, basterebbero un po’ di umiltà ed intelligenza per ammetterlo. Il sughero rilascia sostanze di cui è impregnato, che i produttori sono obbligati a usare per sanificarlo, (come gli acidi peracetico, ossalico, solfammico) e che finiscono nel vino. Quindi con il sughero io vi do un vino “sporco”. Con il tappo a vite, invece, perfettamente “pulito”.
Secondo vantaggio: si può ridurre l’uso di solforosa anche del 20 per cento. Terzo, posso governare il processo di affinamento del vino usando membrane diverse nel tappo a vite. L’alluminio, il thin foil, per esempio, lo sigilla perfettamente. Se uso membrane in plastica, posso dosare la microssigenazione, ideale per esempio per i vini rossi che devono continuare a evolvere. Quarto vantaggio: tutte le bottiglie avranno un vino del medesimo sapore, mentre con il sughero sappiamo che da bottiglia a bottiglia ci possono essere differenze anche importanti. Quinto vantaggio, eliminiamo il problema del vino che sa di tappo, perché il tricoanisolo è un fungo che attacca il sughero, un difetto che indice anche sul prezzo di una bottiglia; con il tappo a vite, basta imbarazzi al ristorante quando una bottiglia da 200 euro sa di tappo”.
Ma tutti i suoi vini hanno il tappo a vite? “Ancora no, ma ci stiamo arrivando. Ormai uso il tappo di sughero solo per pochi mercati, per esempio quello americano, dove il pregiudizio è più radicato. Ma si tratta appunto di un pregiudizio che crollerà”. E se lo dice Walter Massa...