L’evento

Una promessa è una promessa: a Vico il futuro della cucina comincia da un’occasione

Una promessa è una promessa: a Vico il futuro della cucina comincia da un’occasione

In una delle serate dell’evento organizzato dallo chef Gennaro Esposito, una parata di giovani chef che hanno raccontato il loro domani tra piatti, incontri e calici

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Ci sono promesse che si fanno a parole. E poi ci sono promesse che si cucinano. Con il tempo, fatica, ma anche generosità. Con quella capacità rara di ricordarsi da dove si è partiti anche quando si è arrivati molto lontano. A Vico Equense, siamo alla XXIII edizione, Gennaro Esposito mantiene la sua: dare spazio a chi sta iniziando quel viaggio meraviglioso e complicatissimo che si chiama cucina.

Oggi vogliamo mettere un accento ad un momento particolare “Una promessa è una promessa” uno degli appuntamenti più belli di Festa a Vico. Se ci si pensa, è una frase semplice, che sembra quasi uscita da un dialogo tra amici, ma che nasconde un impegno enorme: credere nel talento quando ancora non ha riflettori puntati addosso. Perché prima di diventare grandi chef, tutti sono stati ragazzi con un’idea in testa, un piatto da raccontare e qualcuno che, almeno una volta, ha deciso di ascoltarli. “Io ho cominciato come loro, con il mio sogno e con il lavoro di tutti i giorni”, racconta Gennaro Esposito. “Ho avuto fortuna, ho avuto la possibilità di ricevere soddisfazioni dal mio mestiere. Ma tante volte ho incontrato ragazzi bravissimi della mia generazione che, per qualche motivo, non ce l’hanno fatta pur avendo talento e una grande cucina da esprimere”.

Ed è forse qui che si vede la differenza tra arrivare e lasciare un segno. Perché il successo più bello non è salire da soli su una montagna, ma ogni tanto voltarsi indietro e tendere una mano a chi sta facendo la stessa salita. Da questa idea nasce il “Pranzo delle Promesse”, che dal 2015 anima la Torre del Saracino, ristorante stellato dello Chef Gennarino Esposito, durante Festa a Vico: non una gara, non una classifica, non l’ennesima occasione per decretare vincitori e vinti.

Piuttosto una possibilità. Un luogo dove giovani chef provenienti da tutta Italia possono presentare il proprio mondo davanti a chi quel mondo può raccontarlo: giornalisti, professionisti, addetti ai lavori. “Non è una sfida” sottolinea il padron di casa. “È semplicemente un’opportunità. Serve a mettere in connessione chef di grande prospettiva con chi può valorizzarne la creatività”. Ed è proprio questo che colpisce quando li guardi lavorare. Sono lì, concentrati sugli ultimi dettagli. Un’erba sistemata nel punto giusto, una salsa controllata ancora una volta, uno sguardo attento prima dell’uscita del piatto. Tensione sì, competizione no. Perché lo spirito di Festa a Vico è questo: cucinare insieme, non uno contro l’altro.

Ogni anno passano da qui storie diverse. Giovani mani, giovani teste, giovani idee. Alcune più legate alla memoria, altre pronte a rompere gli schemi. E quest’anno le promesse erano tante. C’era Andrea Pietro Arcieri di Azabu 10 a Milano, con il suo viaggio nella precisione del sushi attraverso nigiri di tonno, cuore di tonno, soia invecchiata e temaki di toro e takuan. Antonio Lerro di In Riva a Numana,invece ha portato nel piatto tutta la forza dell’Adriatico con la sua “Corrente adriatica”: linguine con coratella di molluschi, fegato e bottarga di uova di seppia. Eros Castrogiovanni de Il Nido, Locanda Pascoliana ha scelto di raccontare il mare attraverso seppia, il suo fegato, piselli, ponzu e salicornia.

Filippo Chignola de La Casa degli Spiriti ha giocato con forme e percezioni con il suo “Tortello in brodo non in brodo”, mentre Enrico Fusi e Angelo Barletta di FuBa hanno raccontato un mondo vegetale fatto di piselli affumicati, mela verde, kizami wasabi e foglia di fico. Giulio Zoli di Nomos Ante ha lavorato sulla delicatezza dell’asparago bianco incontrando vernaccia, kumquat e malto, Josefina Zojza di Berghoferin ha portato il suo “Risone scogliera”, mentre Lorenzo Colombo de Il Gesto ha presentato un’insalata di ravioli di caprino, peperone verde e tabasco. E ancora Giorgio Vaccaro di Partage a Napoli, con una fresella che sa di Mediterraneo: tartare di tonno, cuore di pomodoro, perle di bufala e aria di cannellini. Un mosaico di idee, territori, contaminazioni e personalità diverse. Perché una promessa, prima ancora di diventare una conferma, deve avere il coraggio di raccontare chi è.

Quest’anno, tra tante promesse, il mio sguardo si è fermato su tre. Riccardo Bacciottini del Ristorante Oreade del Monteverdi Tuscany, a Sarteano, con un piatto che resta nella memoria: anguilla, zuppa di erbe selvatiche, mela e caviale. Un antipasto che gioca tra terra e acqua, tra la profondità dell’anguilla e la freschezza vegetale delle erbe. Un piatto elegante, che non cerca di urlare ma rimane. Poi c’è il viaggio inaspettato, che ci ha davvero colpiti, di Silvia Rozas e Marco Zambon del Ristorante Bacán di Venezia con le loro seppie in nero alla messicana: un incontro Mex-Mediterraneo che sembra impossibile solo finché non arriva nel piatto. Perché alla fine la cucina è anche questo: scoprire che due mondi lontani parlano una lingua comune. E infine Dino Como del Sextantio Cucina di Santo Stefano di Sessanio, con lattuga, vaniglia e limone. Il dolce che non ti aspetti, perché siamo abituati a pensare al dessert come al momento della dolcezza dichiarata, invece qui arriva il gioco: leggerezza, sorpresa, una piccola provocazione.

Tre piatti diversi, tre direzioni diverse, tre promesse. E forse è proprio questo il bello, non sapere quale strada prenderanno. Perché una promessa non è una certezza. È una possibilità che qualcuno decide di proteggere. E quando chiedo a Gennaro cosa resta davvero dopo tanti anni, non parla di premi, classifiche o riconoscimenti. Parla di incontri: “A volte incontro qualcuno dopo anni, magari durante un evento. Io magari non lo riconosco subito e lui mi dice: “Chef, io sono stato da lei a Una promessa è una promessa”. E anche se mi ringraziano dopo dieci anni, nei loro occhi sento ancora quel senso di gratitudine”. È lì che una promessa smette di essere una promessa e diventa un filo invisibile tra chi ha avuto un’occasione e chi decide di crearne una nuova. Perché il modo più bello per dimostrare di aver realizzato un sogno non è tenerlo stretto, ma aiutare qualcun altro a cucinare il suo.

E poi, come sempre, una cucina che racconta ha bisogno anche del suo compagno di viaggio: il vino. Perché un calice non è mai solo un abbinamento. È un cambio di prospettiva, un incontro, una seconda voce che entra nel racconto del piatto. A tavola sono arrivati territori diversi in piccoli viaggi dentro l’Italia del vino. Dalla Puglia di Centocontrade, con il carattere mediterraneo del Primitivo di Manduria 2024 e la freschezza del Mex Rosato del Salento 2025, alla Campania che sa di mare, vento e tradizione con il Gragnano Ottouve 2025 di Salvatore Martusciello. E ancora il racconto, sempre campano, di Cantine Villadora, con Gelso Bianco 2025 e Gelso Rosa 2025, fino ad arrivare alla verticalità della Costiera Amalfitana con il Furore Bianco 2025 di Marisa Cuomo, un vino che porta nel bicchiere tutta l’energia di una viticoltura eroica sospesa tra roccia e mare.

Poi la Sicilia dell’Etna firmata Franchetti, dove il vulcano diventa linguaggio: il Passorosso Etna Rosso 2024 e il Passobianco 2024, due modi diversi di raccontare una terra estrema, minerale, viva. E infine la Toscana con Le Cupole 2023, sempre di Franchetti, perché anche il vino, proprio come questi giovani chef, nasce da una promessa: quella di un territorio, di una vendemmia, di un’idea che aspetta solo il tempo giusto per rivelarsi. Alla fine piatti e calici parlavano la stessa lingua. Quella delle persone che hanno qualcosa da raccontare.

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