Il caso

Il Telegraph attacca il Prosecco: meglio Champagne e Cava Critiche e stereotipi, ma il mercato vola

Il Telegraph attacca il Prosecco: meglio Champagne e Cava Critiche e stereotipi, ma il mercato vola

Dalle accuse di scarsa qualità alle ironie sul gusto, il quotidiano inglese stronca le bollicine italiane. Intanto export e vendite — anche in Francia — raccontano una realtà molto diversa

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C’è chi il successo lo celebra e chi, invece, sembra digerirlo a fatica. Il caso del Prosecco, simbolo del made in Italy nel mondo, rientra spesso nella seconda categoria. Lo dimostra un recente articolo pubblicato dal The Telegraph, “Diciamolo chiaramente, il prosecco è disgustoso”, firmato dal giornalista britannico Henry Jeffreys, noto per i suoi toni spesso provocatori sul mondo food&wine, che attacca senza mezzi termini il vino italiano più esportato, arrivando a sbeffeggiarlo apertamente.

Nel pezzo del quotidiano britannico, il tono è fortemente provocatorio e sfocia spesso nella generalizzazione. Si legge: “Pregustando uno spumante fresco e secco, ne prendi un sorso e… è dolce e stucchevole. Non è Champagne, ti rendi conto con tristezza: è prosecco. A tutti è capitato. La maggior parte del prosecco è davvero piuttosto scadente”.

Eppure i numeri raccontano tutt’altro scenario: il Prosecco Doc ha chiuso il 2025 con 667 milioni di bottiglie imbottigliate (+1,1% rispetto al 2024, nonostante la crisi) e oltre l’82% della produzione destinata all’export, per un valore stimato superiore ai 3 miliardi di euro. A questi si affiancano le performance del segmento di maggiore qualità: il Consorzio di Tutela Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg conferma infatti la solidità della denominazione, con dati 2025 che prospettano un incremento delle vendite pari al +8% rispetto al 2024, per un totale stimato di 98 milioni di bottiglie.

E ancora, rievocando il passato del prodotto, nel pezzo della testata britannica su legge: “Vent’anni fa il prosecco era quasi sconosciuto fuori dall’Italia. Quando lavoravo nel commercio del vino negli anni ’90, le bottiglie con i loro buffi tappi legati con lo spago restavano sugli scaffali a prendere polvere. Il prosecco aveva un mercato molto specifico a Venezia, dove veniva bevuto in grandi quantità, spesso mescolato con succo di pesca per fare un bellini o in uno spritz con Select Aperitivo. Lì era nel suo elemento”.

Secondo l’articolo, il successo recente non sarebbe legato alla qualità, ma a dinamiche più superficiali: “Il motivo del successo era chiaro: alla gente piaceva il ‘pop’ del tappo e la successiva effervescenza. E non si preoccupava troppo del sapore innocuo, soprattutto dopo la terza bottiglia. Si otteneva un po’ della magia dello Champagne senza il prezzo elevato”.

Ragionamenti “da un tanto al chilo”, che lasciano trasparire un’impostazione volutamente polemica e provocatoria — e si spera tale. In caso contrario, significherebbe non cogliere la complessità del comparto.

Il successo del Prosecco, infatti, più che al semplice “pop” del tappo — caratteristica comune a tutti i vini spumanti — è legato a una filiera estremamente solida e a un’identità produttiva ben definita. Alla base c’è un metodo di spumantizzazione storico e profondamente italiano: il Metodo Martinotti, ideato da Federico Martinotti nel 1895. Questo processo prevede la rifermentazione del vino in grandi autoclavi d’acciaio a tenuta stagna, consentendo una spumantizzazione rapida che preserva ed esalta i caratteri primari dell’uva. Il risultato sono vini freschi, profumati e fruttati, in cui emergono le peculiarità del vitigno Glera: un’uva che avrà anche “un nome non proprio invitante” (così si legge nell’articolo), ma ricca di aromi delicati che proprio grazie a questo metodo trovano la loro massima espressione.

L'intervista

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Come per tutti i vini, la qualità può variare a seconda delle cantine e delle fasce di mercato. Tuttavia, il rispetto del disciplinare garantisce uno standard minimo condiviso e una riconoscibilità stilistica che ha contribuito in modo determinante alla diffusione globale del Prosecco.

Lo stesso articolo riconosce, peraltro, l’esistenza di versioni di qualità superiore:

“Prima di ricevere una valanga di lettere dalla vivace comunità di educatori del vino che mi diranno che sbaglio, devo riconoscere che esistono versioni migliori, come il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore, il ‘Chianti Classico’ del prosecco, per così dire – si legge nel pezzo - In risposta all’improvviso aumento della domanda, nel 2009 le autorità hanno ampliato le aree di produzione a zone del nord Italia non note per la viticoltura, e molti produttori hanno aumentato enormemente le rese. La qualità è crollata”.

E mentre qualcuno storce il naso, i numeri continuano a parlare chiaro. Negli ultimi anni il Prosecco Doc ha registrato una crescita significativa proprio in Francia, patria di quello champagne tanto celebrato nell’articolo del The Telegraph. Per il Prosecco Doc oggi la Francia è il terzo mercato di esportazione, con un incremento in valore del +136,6% tra il 2019 e il 2024. Nel 2024 le esportazioni verso la Francia sono cresciute dell’8,8% rispetto all’anno precedente, e nel 2025 il trend si è consolidato, con un ulteriore +21,1% in volume, a fronte di una flessione della domanda di Champagne. Un segnale evidente: anche i consumatori francesi apprezzano sempre più le bollicine italiane, spesso preferendole per occasioni meno formali. E l’export del Prosecco Doc lo scorso anno è cresciuto anche nel Regno Unito, anche se di poco.

Del resto, lo slogan della doc parla chiaro: “Prosecco, genio italiano”. E forse è proprio questo, insieme al successo globale, a generare qualche malcelata insofferenza, quel savoir faire tutto tricolore che è riuscito a fare della bollicina italiana un simbolo globale. Ma il mercato del vino — anche in una fase complessa come quella attuale — ha sempre dimostrato di saper accogliere tutti. Denigrare ciò che fanno gli altri serve a poco, soprattutto quando l’oggetto della critica incontra il gusto del pubblico.

Perché, al di là delle opinioni, è una regola semplice a guidare tutto: nel vino, come altrove, sono domanda e offerta a decidere. E quelle, si sa, contano più di tante parole.

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