Camilla Rossi Chauvenet mi attende al Relais Massimago, fra coppie che vanno nella spa con una bottiglia di vino e altre che tornano da una passeggiata. Qui a Mezzane, capitale della cosiddetta “Altra Valpolicella” sono due i corpi dediti all’ospitalità: quello centrale, il Massimago Wine Relais appunto, con sei camere, due appartamenti, e dove c’è pure un ottimo ristorante, o spazi in cui pure i visitatori occasionali indugiano a bere un bicchiere di vino ai tavoli che guardano il giardino; e poi Corte Massimago, che sta sulla curva prima di giungere alla Tenuta, con 9 suite.
Insomma, un regno di accoglienza e anche uno spasso. Per Camilla, fresca di liceo classico è stato galeotto un corso per diventare sommelier, nel 2007. Al che la conoscenza del vino le ha acceso una luce sulla proprietà di famiglia dove le viti davano uva da vendere a una Cantina cooperativa della zona. Ma nel 2012 ecco che Camilla da i via alla sua rivoluzione, iniziando a vinificare le proprie uve, dopo 8 anni di preparazione.
Nel 2014 ha già costruito un fruttaio sulla sommità della collina, secondo lo stile delle case giapponesi, dove l’interno viene arieggiato naturalmente. Ma già nel 2008 aveva immaginato il progetto delle camere per l’ospitalità che oggi le consente di vendere quasi il 20% della sua produzione di 8 etichette (per quasi 100 mila bottiglie). In attività ci sono 12 ettari di vigneto su 30 e 1.200 ulivi di cultivar grignano, favarol, frantoio, che danno un olio buonissimo.
Tutto questo me lo racconta seduti su un carro, con balle di fieno a far da sedili, che sta sul percorso che porta al frutteto. Ed essendo l’ora che volge al tramonto, Massimago si svela in tutta la sua bellezza. Iniziamo l’assaggio in cantina con quello che ha battezzato informalmente “Caffè Rosa” ma si chiama Zurlie: è un vino da uve corvina rifermentato in bottiglia e venduto nel mezzo litro. “Era iniziato come un gioco - dice Camilla - oggi ne vendo 30 mila pezzi”. Ha un colore dorato velato; il naso è decisamente speziato, ma ha sostanza (che sarà la cifra di tutti i vini della maison) dove spiccano acidità e freschezza, in un sorso piacevole. Quando si beve? In etichetta c’è un orologio senza lancette che è già una risposta.
Ma la curiosità sono proprio le etichette dei vini e i nomi, che evocano improbabili nobiltà.
Ognuna riporta i disegni di un paio di volti con di fianco i tratti del loro carattere. Per esempio sull’etichetta del Valpolicella c’è Salvatore: “Un nerd che ha 10 gatti, è single e canta canzoni napoletane”. Su quella del Ripasso c’è invece Fabia: “magistrato, ipocondriaca, che colleziona piccoli buddha”.
Il bianco della maison è tuttavia il Verona Garganega “Duchessa Allegra” 2025: colore paglierino consistente, al naso la polpa di albicocca, cenni di frutta esotica e un leggero fumé. In bocca è pieno, ampio, rotondo, fresco. Il personaggio qui è Virginia: “aspirante architetto, amante di un uomo sposato, che cucina dolcetti vegani”.
Il Valpolicella “Duca Fedele” 2024 ha colore trasparente ma consistente e al naso è franco di frutta fresca, dove mostra eleganza e finezza. Quando si dice la verticalità di un vino: equilibrato e persino erbaceo in bocca, con un che di mediterraneo nella sua chiusura sapida.
Il Valpolicella Ripasso “Marchesa MariaBella” 2023 ha colore rubino trasparente. Il naso è giustamente più concentrato, profondo e senti la recia fresca. È forse il vino che più mi è rimasto impresso per linearità, equilibrio, succulenza, freschezza. È il primo Ripasso che mi conquista interamente: pregnante, sapido, asciutto. Viene cullato in tonneaux di rovere francese per 12 mesi, con successivo affinamento in bottiglia di 12 mesi.
Ma perché questi nomi divertenti? “Appare come una presa in giro dell’aristocrazia del vino, mettiamola così – afferma Camilla – per dire che forse ci siamo presi troppo sul serio. Così ho deciso di mettere in etichetta il consumatore e non la cantina, con la descrizione del carattere delle persone, per cui girando le bottiglie fai le coppie: ho visto giovani in enoteca che ridevano.”Una rottura con la comunicazione classica del vino? “Sì, ho scelto di usare etichette irriverenti e divertenti, anche per dire che i vini nascono per il convivio. Se perdiamo questo siamo spacciati. E il convivio nasce anche da uno spunto come questo perché in realtà siamo dissociati, oggi: non riusciamo più a dialogare, se non col telefonino. Questo progetto - chiosa Camilla - ha cannibalizzato il modo austero di comunicare l’Amarone”.
Il Valpolicella Superiore “Profanaso” 2021 rivela una finezza estrema ed è pregnante già al naso, dove senti la canfora, prima di aprirsi alla frutta con una freschezza che riporta al mosto. Ma poi si evolve con note di cioccolato e, nel sorso polputo, rimarca tanta freschezza.
L’ Amarone della Valpolicella “Gastone” 2020 deriva da una selezione di uve di 14 particelle. Al naso senti la frutta macerata e una speziatura particolare che poi apre alla profondità. L’ingresso è dolce, equilibrato, rotondo, mastichevole ma fresco, con finale amaricante.
Il “Gastone” 2021 ha un colore rubino vivo e concertato. Naso minerale, da cui poi esce il frutto e il mallo di noce. In bocca è piacevole con la sua ampiezza fruttata e la finezza del sorso filigranoso, ha tannini e acidità che si incontrano.
Incuriosito ho assaggiato anche Il “Gastone” 2019: ha un naso più disteso, di frutta bagnata dalla rugiada, poi esplode in intensità. Ha la stessa finezza e pienezza elegante del 2021, ma la pregnanza tannica è totalmente integrata.
Superbo l’Amarone della Valpolicella 2018: balsamico, opulento, con spezie e pepe nero, un po’ ematico. In bocca è elegante, la speziatura persistente. È un vino complesso, teso, con finale sapido. Direi persino contemporaneo nell’ammirazione della sua freschezza.
L’Amarone “Terrazze” 2018 (frutto di 4 micro vigneti) nasce da uve provenienti da vigne quasi nascoste tra le macchie boschive che abbracciano la tenuta di Massimago. Qui, la presenza di calcare friabile in superficie e di solida roccia nel sottosuolo obbliga le viti a un faticoso lavoro di scavo nelle profondità del terreno. Il vino ha dunque note fruttate immediate, ma è anche floreale; più asciutto degli altri, trasporta l’eleganza e la finezza sul palato fino in fondo. E qui senti la recia che offre la sua speziatura persistente.
Il Magò (così soprannominato perché a Camilla le avevano dato della strega) è invece un Brut Martinotti da uve corvina veronese: ha colore rosa e al naso evoca il rosolio. In bocca è teso e fresco. Come in tutti i vini c’è sostanza e speziatura.
Chiudiamo la visita a tarda sera, dove a cena assaggio il “Picciomoro” (passito di Aleatico) prodotto nell’altra azienda di famiglia: Masseria Cuturi, che sta a Manduria. Al naso ha grafite pura, pepe, spezie, frutta esotica, prugna. In bocca è dolce, ma poi prende la scena un sorso verticale con tannino e acidità ancora vivi. Ma questa è già un’altra storia!
Massimago
via Giare, 11 – Mezzane di Sotto (Vr)
Tel. 3426604566