Davanti ad un bicchiere di vino toscano, le aspettative del consumatore medio sono quelle che sia rosso e che l’uva sia Sangiovese. E in effetti potrebbe bastare: è storia, è radice, è abitudine. Però è anche un modo limitato per non guardare altrove. Perché appena ti sposti di lato, appena esci dal racconto principale, la Toscana cambia voce. Una Toscana vinicola che non ti viene incontro: sei tu che devi andarle dietro, perderci un po’ di tempo, magari anche sbagliare strada. Si comincia dal mare, ma non per fare scena. Capraia, Giglio, Elba: isole che non fanno sconti. Qui la vite non cresce comoda, si aggrappa. Terra poca, vento tanto, sole che picchia senza chiedere permesso. È viticoltura che somiglia più a una prova di resistenza che a un mestiere. E infatti c’è qualcosa di ostinato in questi vini.
L’Ansonica è l’uva protagonista, che ha il passo antico di chi esiste da tempo : prende tutto dai suoli e dal clima e poi nel bicchiere restituisce una materia larga, salata, quasi tattile. Non è un vino accomodante, non ti viene incontro per piacere, va scoperto grazie a colori ambrati e bocca sapida. Il vermentino, sulle isole, cambia pelle rispetto alla costa: più nervoso, più scattante, con quella tensione che sembra arrivare dal vento stesso. Profuma di macchia, di scorza, di elementi floreali, e ha dentro un’idea gioiosa di beve che crea soddisfazione. Non è solo questione di vitigni. È proprio il gesto di come si ottiene il vino che fa la differenza: vigne basse, terra magra, lavori fatti quando si può e come si può. Qui la parola “eroica” non è una medaglia, è una condizione. Ogni grappolo ha dietro un pezzo di fatica vera e lo dimostra.
Poi si rientra in terraferma ma invece di scendere verso le rotte conosciute della Toscana da cartolina, si sale. Mugello in provincia di Firenze, Casentino che si affaccia nel territorio di Arezzo. Nomi che non fanno clamore, ma che negli ultimi anni hanno iniziato a muoversi, piano, senza bisogno di farsi notare troppo. Il Sangiovese resta sullo sfondo, come una presenza che non ha bisogno di essere nominata ogni volta ma diventa meno protagonista rispetto al Pinot nero, per esempio. All’inizio sembrava una scommessa, quasi una provocazione: portare un vitigno così esigente in territori meno celebrati.
E invece, vendemmia dopo vendemmia, qualcosa si è messo a posto. Il clima aiuta: più fresco, più severo. Le escursioni termiche tengono viva l’acidità, i suoli evitano scorciatoie. E così vengono fuori vini sottili, con profumi che stanno tra il frutto piccolo e il sottobosco, con una trama fine che non ha bisogno di dimostrare potenza. Non cercano di scimmiottare i cugini francesi, ed è forse il loro pregio più grande. C’è ancora strada, certo ma i risultati sono di quelli che danno già soddisfazione.
Infine, la frontiera fisica che crea una bella commistione, verso la Liguria, tra i Colli di Luni e il Candia, la Toscana cambia accento. Si fa più asciutta, più verticale, quasi più schiva. Il Vermentino torna protagonista, ma con un’altra voce: meno largo, più teso, con una mineralità che resta rispetto ad elementi avvolgenti, quasi a riscontrare il carattere di chi vive la Lunigiana. Non è un vino che cerca di piacere a tutti, ma è preciso, e questo basta. Nel Candia le vigne stanno dove possono: terrazzamenti, pendenze, strisce di terra rubate alla montagna. Qui la viticoltura è davvero una questione di equilibrio, a volte anche fisico.
Si lavora in salita, spesso in silenzio, e ogni bottiglia sembra portarsi dietro quel dislivello. E allora viene da pensare che questa altra Toscana, quella che non finisce nelle copertine, sia anche quella che racconta meglio il presente. Perché non vive di certezze, ma di tentativi, non di modelli, ma di adattamenti. Il Sangiovese resta il centro ma i vini delle isole, quelli delle alture interne, quelli di confine disegnano una mappa meno ordinata, forse, ma tanto vera ed originale