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Vini orange, la rivoluzione arancione è qui per restare

Vini orange, la rivoluzione arancione è qui per restare

Altro che moda passeggera: in Italia hanno avuto in Josko Gravner un grande pioniere, e da prodotto di nicchia si sono trasformati in un segmento di mercato maturo

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Il panorama enologico contemporaneo ha assistito negli ultimi anni ad una rivoluzione cromatica nel bicchiere: l'ascesa dei vini orange. Non si tratta di una nuova invenzione, ma del recupero di una tecnica millenaria originaria della Georgia, dove il vino fermentava a contatto con le bucce in anfore di terracotta seppellite nel terreno. In Italia, questa rinascita ha un nome e un luogo precisi: Josko Gravner e le colline di Oslavia, nel Collio friulano. La storia moderna dei vini orange in Italia inizia con una crisi d'identità produttiva. Negli anni '90, Josko Gravner, già produttore di successo noto per i suoi bianchi tecnologicamente impeccabili, dove aveva sperimentato anche l’impiego della barrique, decise di rompere con il passato. Insoddisfatto da una viticoltura industrializzata, Gravner cercò risposte in Georgia, compiendo un viaggio che avrebbe cambiato l'enologia italiana.

Al suo ritorno, abbandonò acciaio e botti di legno piccole per la macerazione prolungata in anfora. Questo processo permette ai vitigni a bacca bianca di estrarre tannini e polifenoli dalle bucce, conferendo al vino il colore ambrato e una struttura complessa, vicina a quella dei grandi rossi. La sua visione era filosofica: riportare il vino alla sua essenza naturale, minimizzando l'intervento umano. Se Gravner ha tracciato la via filosofica, Stanko Radikon ne è stato lo sperimentatore tecnico, trasformando Oslavia nel centro di questa rivoluzione.

Protagonista assoluta è la Ribolla Gialla, uva autoctona dalla buccia spessa ideale per lunghe macerazioni. Radikon spinse la ricerca oltre, eliminando l'anidride solforosa e introducendo bottiglie da 500 ml e un litro con tappi specifici per l'ossigenazione. Sotto la sua guida, la Ribolla Gialla di Oslavia è diventata simbolo di integrità territoriale e resistenza culturale, capace di sfidare il tempo e i pregiudizi sulla trasparenza dei bianchi moderni. Questa eredità è oggi portata avanti dal figlio Saša, punto di riferimento per l'intero movimento.

Dal Friuli, l'onda "orange" si è propagata successivamente in tutta la penisola, tra i vignaioli in cerca di qualcosa di diverso. In Emilia-Romagna, la macerazione è stata applicata a vitigni aromatici, mentre in Sicilia l'uso delle anfore ha influenzato i bianchi dell'Etna e di Pantelleria. Oggi, quasi ogni regione italiana vanta produttori d'eccellenza, rendendo l'Italia leader mondiale per qualità e varietà di vini macerati. Negli ultimi cinque anni, i vini orange in Italia sono passati da prodotto di nicchia a categoria riconosciuta. Una tendenza significativa è stata l'istituzionalizzazione: nel dicembre 2024, il Consorzio Vini Collio ha approvato l'inserimento della specificazione "Vino da uve macerate" nel disciplinare della Doc Collio.

Questo passaggio segna il riconoscimento ufficiale di una tecnica rimasta a lungo ai margini delle denominazioni, offrendo una cornice legale a una produzione identitaria. Parallelamente, si è assistito a un affinamento stilistico. Se i primi orange wine erano spesso caratterizzati da ossidazioni spinte che li portavano ad avere gusti estremi e decisi, i produttori contemporanei hanno raggiunto una tecnica che permette di ottenere vini più bilanciati e fini. La tendenza attuale vede una maggiore attenzione alla pulizia aromatica e all'equilibrio tannico, rendendo questi vini più accessibili senza sacrificarne l'anima artigianale. Inoltre, l'uso di contenitori come il cemento o grandi tini di legno esausto si è consolidato per modulare l'estrazione in base al vitigno.

Il successo dei vini orange risiede nella loro versatilità gastronomica, diventando un prodotto "cult" in Giappone. Il consumatore nipponico, attento all'artigianalità, ha trovato nei vini di Oslavia un compagno ideale per la cucina tradizionale. Il segreto è nella struttura: a differenza dei bianchi classici, gli orange wine possiedono tannini e sapidità che si sposano con l'umami il famoso quinto gusto. La robustezza del vino regge la sapidità della soia e la piccantezza dello zenzero, mentre acidità e tannini puliscono il palato dalla grassezza di tonno e salmone.

Questa affinità si estende alla cucina Nikkei e alla cucina fusion. Nelle fusioni tra Giappone e Perù, la complessità dei macerati funge da ponte tra ingredienti distanti come peperoncino, lime e pesce crudo. La capacità di reggere piatti speziati o agrodolci li ha resi indispensabili nei ristoranti più innovativi di Tokyo, New York e Londra.

I vini orange non sono più una moda passeggera, ma una categoria consolidata. Grazie alla visione dei primi viticoltori, che hanno creato una condivisione con i colleghi fino a creare un vero e proprio movimento, l'Italia ha riscoperto un modo antico di fare vino che parla un linguaggio moderno: sostenibilità, rispetto per la biodiversità ed emozione pura. Il riconoscimento nelle denominazioni d'origine e il successo nella gastronomia mondiale confermano che il successo dei vini orange è destinata a durare a lungo, magari fuori dal territorio natìo.

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