C’è un rosa che si accende nei riflessi del Negroamaro, uno più tenue che guarda al lago e uno che profuma di macchia mediterranea. In Italia il vino rosato si declina in una gamma di colori che coincide con i territori.
Prende le distanze dalle convenzioni estetiche e, dopo la fase di espansione che ne ha accompagnato la diffusione oltre dieci anni fa, il rosè entra in una stagione più consapevole: al centro non c’è più la conquista del mercato, ma la capacità di raccontare vitigni, suoli e paesaggi.
Segnali
Il mercato del vino manda segnali chiari: si beve meno, ma meglio. La fotografia più recente della distribuzione lo conferma: gli spumanti tornano in positivo, i vini fermi crescono a valore pur rallentando nei volumi e i rosati — con oltre 37 milioni di litri venduti secondo i dati Circana diffusi nel 2025 — si inseriscono in questa variazione di gusto. Così il rosato cresce dentro un cambio di paradigma.
Per molto tempo il riferimento è stato il modello provenzale: tonalità chiarissime, profilo delicato e un richiamo estetico che ha avuto il merito di renderlo noto a livello globale. Spesso quella sua raffinatezza cromatica è stata semplificata fino a diventare un cliché, talvolta accompagnata da letture sbrigative e stereotipate, quando il rosato veniva liquidato come “vino da donne”, come se una sfumatura di colore potesse indicare il tipo di pubblico.
Oggi il quadro si amplia e il rosato torna a misurarsi con il paesaggio da cui nasce. In vigna e in cantina cambia il passo: le scelte si orientano verso la valorizzazione delle uve, delle esposizioni e dei suoli.
Distribuzione
Guardando alla geografia dei rosati d’Italia, il Cerasuolo d’Abruzzo segue una traiettoria autonoma, conserva una struttura più piena e una vocazione gastronomica marcata. È un rosato meno immediato e proprio per questa identità si distingue anche fuori regione.
Sulla sponda sud-occidentale del lago di Garda, la Valtènesi racconta una traiettoria significativa. Qui il rosé ha radici che risalgono alla fine dell’Ottocento. Il Consorzio riunisce 102 produttori su circa 500 ettari, per una produzione di circa 3 milioni di bottiglie, oltre il 70% rosati. “Il rosé è la forma originale del territorio – spiega Paolo Pasini, presidente del Consorzio – Valtènesi e la Provenza collaborano da cinque anni nel racconto di rosé di elevata qualità. Il modello provenzale va studiato, ma non replicato tecnicamente. Un Valtènesi resta Valtènesi”. Il confronto con la Provenza dunque, esiste, ma su un piano di dialogo.
E se il Nord lavora sulla precisione, il Sud imprime un’accelerazione diversa. In Sicilia il rosato si muove lungo una pluralità di denominazioni e vitigni autoctoni – dal Nerello Mascalese al Frappato, dal Nero d’Avola al Perricone – che riflette la complessità dell’isola. Resta tuttavia una produzione di nicchia, ma proprio per questo libera di sperimentare.
In Puglia torna al centro con una consapevolezza rinnovata. “Il rosato da Negroamaro è un simbolo identitario della DOC Salice Salentino e proprio qui, nel 1943, nasce uno dei primi rosati imbottigliati in Italia. Oggi le pratiche tradizionali vengono reinterpretate per ottenere vini più equilibrati”, ricorda Damiano Reale, presidente del Consorzio.
Anche in Calabria si ridefinisce tra continuità e cambiamento. Nella regione ha sempre avuto un ruolo stabile nel consumo locale ma oggi la fase è più complessa, come spiega Raffaele Librandi, co-titolare dell’omonima azienda: “La crescita dei rosati si è assestata, bisogna capire se dipende dalla fase che sta attraversando il vino in generale o dalla tipologia. Nel nostro caso il Gaglioppo viene lavorato con macerazioni più brevi, sia per effetto del cambiamento climatico, con uve più concentrate, sia per una richiesta di mercato che punta a rosati meno strutturati”.
In Campania il quadro resta in evoluzione. Tra Cilento e Costiera Amalfitana cresce la valorizzazione dell’Aglianico vinificato in rosa. Nel Cilento, esperienze come Albamarina, con il rosato Maricinè, lavorano su profili più tesi e salmastri; sulla Costiera Amalfitana, il rosato di Marisa Cuomo, da Piedirosso e Aglianico, si apre a un registro più ampio e mediterraneo. Due traiettorie diverse, unite dallo stesso orizzonte: il mare.
A tenere insieme queste esperienze è una nuova maturità. Il rosato sta a tavola con naturalezza, regge gli abbinamenti e si muove con disinvoltura tra cucine diverse. Sarà proprio questa versatilità a tessere la sfida della sua piena riscoperta?