“La mia passione per la cucina è nata quando aiutavo mamma a cucinare”, “Ho imparato i trucchi del mestiere da mia nonna”: quante volte gli chef raccontano di aver appreso arte, passione, gesto tecnico da madri e nonne. La cucina, verrebbe da dire, è donna e cucinare è verbo domestico, antico, femminile per tradizione. Eppure, quando i fornelli sono quelli di un ristorante, e l’attività si svolge in brigate, aziende agricole, consigli d’amministrazione di catene alberghiere o giurie internazionali, il genere cambia. O meglio: cambia il potere.
Ne parliamo in vista dell’8 marzo, non certo per proporre la ricetta della torta mimosa o per brindare con un cocktail mimosa (o con un calice di rosé “che piace tanto alle signore”), ma per considerare la ricorrenza come invito a riflettere sul sistema dell’enogastronomia. Perché se è vero che nelle cucine di casa, nelle vigne di famiglia, nelle botteghe e nelle trattorie le donne ci sono sempre state – e magari comandano – è altrettanto vero che la rappresentazione pubblica del potere gastronomico è stata a lungo maschile.
L’immaginario
Chef-star, critici, grandi maître, enologi celebrati: l’immaginario è stato costruito così. Eppure, complice il ricambio generazionale, qualcosa si muove: le scuole alberghiere hanno una presenza femminile alta, le iscrizioni ai corsi di sommellerie sono equilibrate e nell’agroalimentare italiano le imprese guidate da donne sono il 30% del totale (e peraltro, si distinguono per un alto tasso di innovazione, sostenibilità e multifunzionalità).
Eppure, quando si sale di livello tra stelle, premi, presidenze di consorzi, ruoli apicali, la percentuale si assottiglia. Come bilanciare la situazione? Il punto non è chiedere trattamenti speciali, ma interrogarsi su quale idea di leadership vogliamo per il futuro della gastronomia. Nel numero che avete tra le mani incontriamo donne che non hanno aspettato che qualcuno concedesse loro spazio. Giannola Nonino che ha trasformato un prodotto considerato minore in un distillato identitario, culturale, internazionale, Wilma De Angelis, tra le prime a cucinare in tv quando il piccolo schermo era territorio quasi esclusivamente maschile, Cristina Mercuri neo Master of Wine (prima italiana). E Maria Canabal, che fondando il Parabere Forum, ha creato una piattaforma globale per rendere visibile il talento femminile nel food & beverage, senza cadere nel vittimismo ma lavorando sui dati, sulle reti, sulle opportunità concrete.
Struttura
Le donne chef, direttrici di sala, sommelier ecc. sono professioniste come i loro colleghi, non sono eccezioni alla regola, ma struttura. E forse il vero nodo sta qui: smettere di raccontare la presenza femminile come deviazione dalla norma. È una questione di narrazione: chi viene invitato a parlare? Chi sale sul palco a premiare? Chi presiede le giurie? Il potere passa attraverso la parola pubblica tanto quanto attraverso il piatto.
Se continuiamo a raccontarlo con una sola voce, perdiamo sfumature, storie, prospettive. Non si tratta di sostituire un genere con un altro, ma di ampliare il campo. E sottolineare che le donne sanno, sì, cucinare, ma sanno anche guidare, innovare, dirigere, giudicare, investire.