Valentino Garavani e la cucina: non nel senso dello stilista che “firma” una ricetta, ma in quello — molto più rivelatore — di un uomo che ha trasformato la tavola in un’estensione del proprio sguardo. Diretto, essenziale, elegante: anche per questo, il grande stilista scomparso oggi, mancherà. Nel suo mondo il cibo non è mai un pretesto folkloristico, né un’ossessione gourmet esibita: è un dispositivo di ospitalità, di misura, di conversazione. E, soprattutto, di stile. La fotografia più nitida di questo rapporto sta in un libro che, a distanza di anni, resta una chiave di lettura: Valentino: At the Emperor’s Table, pubblicato da Assouline nel 2014. L’editore lo presenta come un viaggio nelle dimore di Valentino e nella sua idea di ricevere, dove contano la “gioia di condividere”, la qualità della conversazione, e l’uso di fiori — spesso provenienti dai suoi giardini — come parte integrante dell’esperienza a tavola.
Non è un ricettario in senso stretto: è un racconto di atmosfere, oggetti, rituali. Un manuale di ospitalità, più che di cucina. Non a caso, l’uscita del volume venne celebrata con una cena-evento da Christie’s a New York: Vogue la documenta come un appuntamento mondano costruito intorno al libro, con Valentino e Giancarlo Giammetti al centro di una serata che è insieme editoria, costume e società.L’idea che ne emerge è chiara: per Valentino la tavola è un’estensione del suo lessico visivo. Lo nota anche la stampa americana quando racconta il volume come un manuale dell’intrattenimento impeccabile, in cui alle apparecchiature spettacolari corrispondono ricette e scelte alimentari coerenti con una fase più “controllata” del gusto.
Insomma, niente improvvisazione da cucina creativa: la casa funziona come un atelier, con regole precise e una regia.E qui arriva l’aneddoto che sposta il racconto dal glamour alla persona. In un’intervista del 2013, Harper’s Bazaar gli fa tenere un diario di 24 ore: Valentino smonta la caricatura delle tavolate opulente con una frase sorprendentemente netta. Dice che molti credono che viva di “banchetti enormi e ricchi”, ma che è “l’opposto”, perché odia il cibo troppo ricco e segue una routine piuttosto rigorosa. Un dettaglio che riporta la cucina alla sua dimensione più concreta: il gusto come equilibrio, non come eccesso.Il rapporto con i sapori, del resto, non è fatto solo di scenografie.
Nell’archivio di un’intervista del 1991 ripubblicata da L’Officiel, Valentino viene descritto con preferenze molto precise: ama la cucina italiana, ma non gradisce aglio e pepe, mentre apprezza il peperoncino; e quando è solo, il suo piatto “del cuore” sarebbero le pennette. Ogni residenza dello stilista ha una propria identità gastronomica e decorativa. Il luogo del cuore è forse lo Château de Wideville, dove Valentino ama servire una cucina domestica di ispirazione italiana, ma non solo. Nell’introduzione del volume, Andrè Leon Talley ricorda il servizio di un sorbetto di “pesca e litchi fatto in casa, in una ciotola di zucchero filato verde e rosso realizzata a forma di una ciotola di vetro veneziano di Venini”. Le pagine ricordano diverse ricette e piatti legati alle diverse residenze: flan au chèvre servito su porcellane portoghesi nello chalet di Gstaad, o piatti mediterranei sullo yacht T.M. Blue One con servizi da tavola a tema marinaro.
Anche il risotto alla milanese è menzionato come uno dei piatti iconici serviti nelle sue dimore, spesso preparato in versioni gourmet ma più leggere. Pare che Valentino preferisse ai fiori, come centrotavola, le sue preziose zuppiere antiche (spesso in porcellana di Meissen o russa) al centro della tavola. La motivazione è estetica e pratica: i fiori appassiscono e possono interferire con i profumi del cibo o con la visuale dei commensali, mentre un oggetto d'arte è eterno.Se l’ospitalità è un tema, Roma è il suo palcoscenico naturale.
Nel maggio 2016, Valentino e Giancarlo Giammetti firmano una cena esclusiva a Palazzo Doria Pamphilj, legata al fine settimana della Traviata “valentiniana” al Teatro dell’Opera: Vogue Italia ne dà conto elencando ospiti e atmosfera, mentre la stessa sede del palazzo ricorda l’evento come una serata di gala dentro una cornice storica. E Vogue America, raccontando quel weekend romano, parla apertamente di “grand dinner” e di saloni trasformati in set, a conferma di quanto per Valentino la tavola sia un linguaggio pubblico, non soltanto un rito privato. Alla fine, la cucina nel mondo di Valentino non è una passione esibita, ma una competenza indiretta: scegliere, combinare, mettere in scena, togliere quando serve.
È la stessa logica con cui si costruisce un abito: armonia e controllo, prima di tutto. E forse il dato più rivelatore è proprio questo paradosso: l’uomo delle cene leggendarie (cucinava per lui lo chef Martin Lazarov) quando parla di sé, difende la sobrietà. La tavola, per lui, è un’arte applicata. Il piacere c’è, ma sta nel dettaglio: la conversazione, la luce, la disciplina del gusto. In una parola, lo stile.