Il racconto

Quando il vino cura le ferite: nel film di Virzì la storia di rinascita ispirata ad Augusta Bargilli

Augusta Bargilli
Augusta Bargilli 

La viticoltrice è tornata alle sue radici in un momento delicato della vita: “Mio padre ha sperperato tutto, ma negli anni, con sacrificio, io e le mie sorelle siamo riuscite a riconquistare all’asta almeno la cantina”

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«A volte il vino non nasce dalla terra, ma da una ferita. Alcuni vigneti sono genealogie spezzate che qualcuno, un giorno, decide di rimettere insieme».

Così potrebbe cominciare il racconto di un film e invece comincia la storia vera di una donna che ha scelto di trasformare il dolore in vita, la perdita in cura, la mancata eredità in radici nuove.

Il film si intitola Cinque Secondi. Il suo regista è Paolo Virzì. E sotto i filari, tra le vigne vecchie in terra toscana, troviamo una verità dove il profumo del vino si mischia con il sapore del riscatto sociale.

Il film come metafora di un rinascere

In Cinque Secondi l’avvocato solitario Adriano Sereni (interpretato da Valerio Mastandrea) vive assorto nella sua colpa, relegato nelle stalle di una villa decadente, fuma sigari, ascolta silenzi e affronta le sue ombre. Il suo passato è una ferita che non trova pace: la morte della figlia, un processo, un’accusa, un dolore indecifrabile.

Non anticipo troppo la trama, ma a un certo punto c’è una svolta quando arriva una comunità di giovani, studenti, neolaureati in agronomia, armati di voglia di terra e di speranza. Tra loro, una donna incinta, Matilde Guelfi Camajani (interpretata da Galatea Bellugi), che torna nella dimora dei suoi antenati per ridare vita al luogo e alle vigne abbandonate. All’inizio Adriano vuole cacciarli via; ma pian piano la vecchia villa si anima, i filari risorgono e con loro qualcosa anche dentro di lui.

La vigna, selvaggia, dimenticata, sull’orlo della morte, diventa il simbolo di una rinascita possibile. Una rinascita non solo agronomica, ma psicologica, morale, esistenziale.

Quando la finzione somiglia alla vita: la storia di Augusta Bargilli

Questa partenza cinematografica trova un’eco potente nella biografia di Augusta Bargilli, alla quale Virzì si è ispirato per il film. Anche lei, a 25 anni, tornò «a casa» incinta, con in grembo una figlia, e con il desiderio di riaprire una ferita familiare attraverso la terra. Collemezzano, una tenuta nella Maremma Toscana venduta negli anni ’80, torna nel suo immaginario come un’eredità da ricostruire. “Sono tornata a Collemezzano, dove sono nata, e in quel ritorno, nel silenzio delle campagne e delle vigne abbandonate, ho sentito che la terra poteva diventare il mio rifugio, la mia salvezza - racconta oggi Augusta - Col tempo ho compreso che non si trattava solo di tornare a casa, ma di tornare dentro di me, alle radici della mia storia familiare”.

Augusta non ha puntato solo sul vino, ma sulla cura. Non è fuggita, ma ha cercato le sue radici. Ha iniziato a produrre vino nelle vigne di un’altra famiglia nobile, ma con lo sguardo sempre rivolto a quel casale all’asta, a quella casa che — ne è convinta — un giorno potrà ridiventare sua. Quel sogno è lo specchio del film: la villa in disuso, la vigna abbandonata, la speranza di restituire alla terra e alla memoria un nome, un valore, un senso.

Ma la vita di Augusta non è fatta solo di vigneti e sogni di ricostruzione. Nel film, Matilde racconta aneddoti sul padre, sulle sue dipendenze. Anche nella realtà, il padre di Augusta era segnato da alcol, barbiturici, sonniferi; la sua infanzia è stata attraversata da violenza, instabilità, dipendenze.

“In quella casa c’è anche la storia di mio padre - si confida Augusta - una storia segnata dall’alcolismo. Gli aneddoti che si sentono nel film, le Ferrari, il lusso, lo sperpero, sono veri. Ha perso tutto, ha venduto tutto, ha dissipato il patrimonio che suo padre, mio nonno, Luigi Augusto Nello Bargilli, gli aveva lasciato. Era un patrimonio importante, frutto di una storia familiare nobile, che rappresentava radici, lavoro, memoria. E noi quattro sorelle, insieme alla nostra mamma, abbiamo vissuto quella deriva, finché lei, per salvarci, ha trovato la forza di separarsi da lui”.

Quattro sorelle sono cresciute in quella furia, ma da quel trauma non è venuta la resa, la rassegnazione. È nata la decisione di riscattare non solo un appezzamento di terra, ma un destino interrotto. Il vino è diventato quindi un atto di resistenza, di cura, di riscrittura.

“Negli anni, con sacrificio, siamo riuscite a riconquistare all’asta almeno la cantina, che in parte è stata trasformata anche in casa, ed è il luogo dove oggi abita mia sorella Marianella, che combatte per proteggerla e mantenerla viva - racconta Augusta -. Questa mia resilienza nasce anche da loro, da ciò che abbiamo attraversato io e le mie sorelle. L’eredità che mi ha lasciato mia madre è quella che consegno a mia figlia e ai miei due amati nipoti, insieme alla gentilezza, all’amore per la bellezza, alla grazia e alla riconoscenza per ciò che abbiamo avuto”.

Tra vino, memoria e riscatto sociale

Ecco perché Cinque Secondi non è solo un film sul vino: è un film sulla possibilità di ricostruire, di ricominciare, di mettere radici dove c’erano macerie. Non per la “moda” di produrre vino, ma per un riscatto sociale che è anche parte della storia del nostro Paese.

In Italia — non è un segreto — molte dimore nobiliari cadono in disuso, molte campagne diventano anonime, molti ricordi sbiadiscono insieme agli ulivi e alle colline cangianti che un tempo erano coltivate. La mezzadria è finita da decenni, le famiglie di mezzadri non esistono più, i casolari sono vuoti, le vigne abbandonate. Ciò che resta, tante volte, è un buco nella memoria e un paesaggio privo di vita.

Quando una donna come Augusta sceglie di tornare, di rivendicare quelle radici, di restituirle senso e dignità, con fatica e tenacia, non compie un gesto nostalgico: compie un gesto politico, esistenziale, culturale. Restituisce memoria, restituisce valore.

Il vino che produce non è un lusso fine a se stesso. È una dichiarazione: la storia di una famiglia, passata attraverso le dipendenze e la perdita, non è una colpa da nascondere, ma una cicatrice da accettare e curare. E la vigna è il luogo in cui farlo.

Lincontro tra cinema e vita reale: una finestra verso un nuovo immaginario

Nel film molti dettagli non sono casuali: le vigne vecchie, la vendemmia a mano, la cura della terra, le pratiche agricole. Sono gesti reali e derivano dal lavoro concreto di Augusta e di suo marito Pierpaolo Sirch, lei infatti ha collaborato con la produzione come consulente tecnica per rendere autentica ogni scena. La figlia di Augusta, Aloisa Bargilli, è tra i giovani che sul set spiegano come si pota una vite, come si fa la diraspatura a mano, come si trasforma una vite trascurata in un vigneto che respira di nuovo.

Questo incontro tra vita reale e fiction trasforma il film in qualcosa di più potente: non un caleidoscopio estetico sul vino, ma un’esperienza intima, ancestrale, politica.

Quando il cinema e la vita si sovrappongono, si spalanca una finestra su un immaginario nuovo: non più il vino come status symbol, ma come cura. Non più dimore lussuose da ostentare, ma territori da custodire. Non più eredità da consumare, ma radici da ripristinare e far crescere.

In un’Italia in cui troppi vigneti restano silenziosi, le case in campagna vuote, ogni gesto di recupero è un atto di resistenza. Ogni bottiglia è un manifesto di resilienza.

“Il vino - dice Augusta - e la memoria liquida delle nostre vite, un testimone muto e universale. Non c’è famiglia in Italia che non abbia avuto un padre o un nonno con un bicchiere accanto al piatto, un vino nella cantina, un ricordo legato a una vendemmia o a un profumo.Il vino è l’eredità di tutti, un patrimonio di cultura e di umanità che non dobbiamo perdere”.

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