Il Thanksgiving o Giorno del Ringraziamento è una festa che tutti associano a una grande tavola, al tacchino e ai ritrovi familiari. Ma, prima ancora del menu, è un racconto: la storia che l’America ha costruito su di sé e che nel tempo si è intrecciata con molte altre narrazioni. Per questo il Thanksgiving non è mai soltanto un pranzo: è un momento in cui memoria, identità e cibo si incrociano e, ogni anno, rivelano qualcosa del Paese che lo celebra.
La versione più diffusa parla del banchetto del 1621, quando i coloni inglesi di Plymouth condivisero un pasto con la popolazione indigena dei Wampanoag. L’evento fu presentato come un incontro pacifico e fraterno, in cui il cibo fungeva da ponte simbolico tra due mondi. Sappiamo però come questa rappresentazione sia divenuta, più che altro, una mitologia utile a fondare un’identità nazionale su un ideale di armonia, celando una lunga storia di violenze, espropriazioni e genocidi culturali. Nel XIX secolo la scrittrice e attivista Sarah Josepha Hale, editrice del Godey’s Lady’s Book, fu tra le principali promotrici della festa nazionale: fu lei a codificare il menu — tacchino, salsa di mirtilli, torta di zucca — e a persuadere Abraham Lincoln a istituire ufficialmente il Thanksgiving nel 1863.
Appartenenza
Se ogni società trasforma la necessità biologica del nutrirsi in un codice culturale, e mangiare insieme è un modo per comunicare appartenenza, gerarchie e valori, il Ringraziamento appare in questo senso un rituale perfettamente coerente con la logica del “banchetto di fondazione” e il menu è un autentico racconto gastronomico. Il tacchino, originario del continente americano, venne “addomesticato” dai coloni come emblema di dominio sulla natura; la torta di zucca rimanda alla fertilità della terra e al raccolto; la salsa di mirtilli intreccia il rosso del sangue versato al colore dell’autunno. Tuttavia ogni ingrediente, osservato da vicino, rivela anche il passaggio da un rapporto simbiotico con la natura — tipico delle popolazioni indigene — a una logica di appropriazione, fino alla spettacolarizzazione eccessiva della società contemporanea.
Così, dal 1970, parallelamente al Thanksgiving ufficiale, le comunità native si riuniscono a Plymouth per il National Day of Mourning (Giorno Nazionale del Lutto), per ricordare le terre sottratte ai popoli indigeni e la distruzione di culture, lingue e sistemi di vita tradizionali. Vengono condivisi cibi come mais, zucca e fagioli — le Three Sisters, simbolo di equilibrio e reciprocità. Sono colture che coesistono in un metodo agricolo definito “intercropping”: il mais cresce alto e funge da “palo naturale”, i fagioli si arrampicano sul mais, fissano l’azoto nel terreno e lo rendono fertile e la zucca con le sue foglie larghe copre il suolo e impedisce alle erbacce di crescere. Questa visione, che oggi dialoga con i principi dell’ecogastronomia, propone un’alternativa etica al mito dell’abbondanza: riconoscere le radici indigene del Ringraziamento significa dunque non solo fare memoria, ma decolonizzare la tavola, restituendo al cibo il suo significato originario di scambio e armonia.
Thanksgiving day, perché si mangia il tacchino: all'origine della tradizione americana
Identità
Va inoltre considerato che, con la trasformazione demografica del Paese, la festa ha assunto volti nuovi, diventando sempre più un rito multiculturale. Negli Stati Uniti di oggi, dove le famiglie spesso riuniscono origini latine, asiatiche, africane, europee e mediorientali, il pranzo del Thanksgiving diventa un atto di negoziazione identitaria e affettiva, una microstoria di integrazione, una sintesi quotidiana del pluralismo americano. Accanto al tacchino, si trovano empanadas di mais, la torta di zucca dialoga con un cannolo siciliano o una pastiera reinterpretata e una teglia di lasagne può accomodarsi vicino alla cranberry sauce. Nelle famiglie afro-americane la festa incontra il soul food — collard greens, mac & cheese, sweet potato pie — mentre nelle famiglie ebreo-russe il tacchino convive con kugel di patate, borsch e dolci speziati dell’Europa orientale. Ogni piatto aggiunge un tassello alla grande narrazione americana, in cui il “melting pot” non significa più assimilazione, ma convivenza di differenze. E ancora una volta il cibo ci racconta una rilettura della società in evidente contrasto con orientamenti politici contemporanei, vedi le posizioni sostenute dal “governo Trump”, che insistono su una visione dell’identità nazionale marcatamente esclusiva e poco incline a riconoscere la pluralità che caratterizza il Paese.
Gli chef
Questa rilettura passa anche attraverso la cucina professionale. Sean Sherman, noto come The Sioux Chef, ristoratore e attivista, nel celebre ristorante Owmani di Minneapolis, promuove la “New Native American Cuisine”: niente latticini, zuccheri raffinati o ingredienti coloniali, ma mais nixtamalizzato, selvaggina, fagioli, bacche, erbe spontanee. Per lui, il Thanksgiving è un’occasione per riportare alla luce la cucina indigena e proporre un modo diverso di “fare memoria” attraverso il piatto.
Accanto a lui, la chef a pâtissier Joanne Chang, figura di spicco della scena gastronomica di Boston e figlia di immigranti taiwanesi, ha raccontato come i Thanksgiving della sua infanzia fossero molto differenti da quelli “canonici” e accanto al tacchino comparissero wasabi delived eggs o mousse al limone e zenzero, in una mescolanza di sapori che oggi è il tratto più caratteristico delle sue proposte. O ancora Marcus Samuelsson, chef etiope-svedese naturalizzato americano e proprietario del Red Rooster di Harlem, rilegge la festa attraverso la diaspora africana: spezie, pani piatti, pollame marinato a lungo, verdure verdi brasate. I suoi menu del Turkey Day rendono omaggio alla storia afro-americana, trasformando la tavola in un racconto diasporico. E infine Alice Waters, pioniera della cucina californiana e del cibo locale, propone un Thanksgiving “leggero” e agricolo: verdure di stagione, crostate di frutta, tacchini da allevamenti biologici, e una cucina che mette al centro la terra anziché la spettacolarizzazione dell’abbondanza. Le sue ricette sono diventate un riferimento per chi desidera conciliare tradizione e sostenibilità e desidera creare piatti che utilizzano solo ingredienti di stagione, secondo i principi imperanti nel movimento “farm to table”.
A questa costellazione di voci si aggiunge anche Lidia Bastianich, emblema della cucina italo-americana, che da anni racconta il suo Ringraziamento come un ponte naturale tra le due sponde dell’Atlantico. “Thanksgiving è una festa americana “ha ricordato più volte. “I miei figli sono nati americani: è la loro e la mia festa…” Nella sua tavola, però, la tradizione si apre a sfumature personali: Bastianich vela il tacchino con un filo di aceto balsamico per ottenere una pelle color mogano o serve una zuppa di cappone come apertura del pranzo o arricchisce il ripieno con castagne e rosmarino. Sono dettagli che non stravolgono la ricetta canonica ma “l’allungano”, come dice lei stessa, “verso la nostra storia familiare”, mostrando come le migrazioni portino sapori che si sommano, non si sostituiscono.
I laboratori
Nei centri culturali oggi si tengono laboratori di cucina dedicati alle tradizioni indigene o alle cucine della diaspora: corsi per preparare cornbread con farine locali, lezioni sulla zucca secondo tecniche native, sessioni di fermentazione ispirate alle tradizioni asiatiche. Le associazioni di migranti propongono scambi di ricette in cui ciascuna famiglia porta un piatto del proprio Paese d’origine, reinterpretandolo con ingredienti americani: un esercizio gastronomico che diventa dialogo culturale. La tavola non è più luogo di rappresentazione di un’identità univoca, ma della pluralità come valore, e il Ringraziamento, nel XXI secolo, incarna proprio questa idea, un rito in movimento, capace di intrecciare le rotte del mondo intorno a un’unica tavola.
E se ogni banchetto fonda una comunità, ciò che cambia è il tipo di legame che istituisce. Il Ringraziamento tradizionale celebrava la conquista e la prosperità; quello futuro può celebrare la cura, la memoria e la coesistenza, e la tavola, da luogo di consumo, può tornare a essere memoria vivente della nostra interdipendenza.