Raffinati piatti vegetali a base di cavoli e carotine, brodetti, dessert al miele con panna e burro. Prelibatezze preparate in Germania nel 1943, nel quartier generale delle SS per Adolf Hitler, dallo chef a due passi dalla “tana del lupo”. Ma prima di finire sulla tavola del leader nazista, quegli stessi piatti devono passare una prova considerata essenziale. Devono essere assaggiati da altre persone per verificare che non siano avvelenati. Le “prescelte” sono sette giovani donne “tedesche e in buona salute”: sono loro “Le Assaggiatrici”. Questo il tema e il titolo del film di Silvio Soldini, regista milanese, neo-presidente di Cineteca Milano, già autore di Pane e Tulipani, Agata e la tempesta, storia tratta dall’omonimo romanzo di Rosella Postorino. “La guerra è fuori rispetto alla storia del film, ma da dentro si sente la violenza – spiega il regista, che nei giorni scorsi ha presentato il suo film nell’arena estiva Ardenza, a Livorno – Ho voluto girarlo in tedesco per renderlo più vero possibile. Non è stato facile con la lingua, ma ho trovato sette attrici bravissime, sia professionalmente sia umanamente, disposte a farsi cambiare. Abbiamo dovuto modificare loro il sorriso, per cercare di arrivare a un’idea di verità più vicino possibile a ciò che è accaduto”.
Le sette protagoniste – tutti volti poco noti al grande schermo – si ritrovano intorno a un tavolo: tovagliato bianco, piatti di ceramica, piatti prelibati. Mangiano di gusto, stupite. Ma a fine pasto, il colpo di scena: non possono alzarsi. “Solo fra un’ora potremo avere la certezza che questo cibo non sia avvelenato”, dice lo chef, in uniforme bianca. Che aggiunge, rivolgendosi alle sette donne, che sono fortunate a poter assaggiare delizie simili, destinate nientemeno che a Hitler. Führer che viene descritto come un’amante della cucina vegetale e dei dolci, un buongustaio attento al benessere. Ma ossessionato dalla sicurezza del cibo. Ecco allora che la tavola si trasforma in un incubo e le commensali diventano cavie, in un disegno sinistro e crudele dove a dominare sono violenza e costrizione. Di questo e del futuro del cinema abbiamo parlato col regista Soldini.
Siamo abituati a trattare il cibo come elemento di convivialità, e la tavola come il luogo, dove si condivide, si celebra. Nel suo film accade l'opposto, il cibo diventa un elemento politico, quasi uno strumento quasi di tortura.
“La tavola diventa un incubo, ma non per i piatti in sé perché il cibo è buono. Anzi ottimo, preparato dal cuoco di Hitler in persona, che ci tiene molto a fare bella figura non solo con il führer ma anche con le stesse assaggiatrici. Tra loro si instaura anche un rapporto di confronto. Tuttavia, la situazione non è delle più semplici. C'è un contesto di violenza, di segregazione in cui queste donne vengono obbligate a mangiare, e vengono pagate per questo. Ma sono costrette, e ad ogni assaggio rischiano di morire”.
Viene spontaneo un parallelismo con la situazione attuale. Oggi il cibo è diventato lo strumento politico, utilizzato a Gaza per affamare un popolo (Carlo Petrini il 27 luglio parla di fame usata come “arma disumana”, ndr).
“Non solo il cibo. C’è anche una pioggia di bombe che arriva sulla popolazione. Purtroppo, i parallelismi tra la storia raccontata nel libro da Rosella Postorino e poi nel film, e quello che sta avvenendo oggi sono aumentati rispetto a quando Le Assaggiatrici è stato scritto nel 2018. Purtroppo, il mondo sta andando in una direzione tremenda. C’è un clima di brutalità non solo per via delle guerre, ma anche per la violenza - anche verbale – che si respira sia nei rapporti fra nazioni sia tra persone. Un fenomeno che sta aumentando. E questa è una cosa terribile”.
Che correlazione c’è fra cibo e cinema? Nella sua carriera c’è un precedente: in Pane e tulipani nel 2000, il pane consumato ogni giorno a colazione ha un ruolo simbolico nella vita della protagonista Rosalba, una routine poi destinata a cambiare.
“(Sorride, ndr). C’è sempre stata una stretta correlazione tra il cibo e il grande schermo. Il cinema è un’arte talmente larga che ha a che fare con ogni sfumatura della vita, quindi per forza anche con il cibo che è protagonista della nostra quotidianità. Il cibo è vita, è respiro. Si deve mangiare come prima cosa. E quindi ci sono film in cui la tavola diventa centrale, altri dove appare appena. Ma è sempre presente”.
Qual è invece il suo rapporto con il cibo?
“Sono attento all’alimentazione. Cerco di mangiare solo cose buone e sane. Non mi piacciono più i cibi che definirei “inutili”, ricchi di grassi, troppo fritti o con scarso apporto nutrizionale perché arrivano da chissà dove. Oggi l’attenzione al benessere e alla qualità dell’alimentazione è maggiore. E uno dei fattori da tenere presenti anche a tavola è il clima”.
Nella presentazione del film a Livorno ha sottolineato come oggi nel cinema si sia costretti a girare in tempi sempre più brevi, perché accade questo?
“In primis per via delle risorse limitate a disposizione. Il cinema non sta andando più bene come un tempo, i finanziamenti sono inferiori rispetto al passato e anche il pubblico si è ridotto in confronto a quando ho iniziato a fare questo mestiere. Qui bisogna andare più velocemente nelle riprese”.
Un discorso legato alla concorrenza delle serie tv?
“Sì, certo, la concorrenza delle serie, soprattutto dopo il Covid, è diventata importante. Quindi riuscire a portare gente nelle sale è sempre più difficile. Di conseguenza gli investimenti nel cinema sono limitati”.
Gli incontri a tu per tu con il pubblico, come accade nelle arene estive, possono essere utili a rafforzare il legame con la gente?
“Per fortuna ci sono ancora molti appassionati che vanno al cinema e le arene estive rappresentano una grande risorsa. Questa opera ha avuto una bella risposta da parte del pubblico: Le Assaggiatrici ha dimostrato che anche un film che non ha dei richiami enormi (a parte il legame col romanzo di Rosella Postorino) perché non ci sono star né attori famosi può farsi strada, attraendo pubblico. C’è molto interesse da parte della gente”.
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Qual è il suo prossimo lavoro?
“Ho per le mani un nuovo film, sarà una commedia, girata in Italia, ma siamo all’inizio e non posso dire di più”.
Una serie la metterebbe in cantiere?
“Trovo che fare una serie sia molto faticoso, se si fa tutto da solo. Se per girare un film servono più o meno otto settimane, per una serie occorre il quadruplo del tempo. Solo Bellocchio ci riesce! (ride, ndr). Ma forse una possibilità potrebbe essere di realizzarla con altri registi”.