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Un Museo tra le vigne per celebrare il Ruché

Un Museo tra le vigne per celebrare il Ruché

Una storia che affonda le radici nella Vigna del Parroco e che oggi è dedicato agli amanti di questo rosso piemontese che sta conquistando il mondo

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«Un paese ci vuole», scriveva Cesare Pavese. E anche un museo ci vuole: per custodire la memoria, per tracciare un’identità, per raccontare una storia, per valorizzarla e renderla fruibile alla comunità e a un pubblico ancora più vasto. Non è il caso di essere il Louvre o gli Uffizi per essere preziosi: tutto questo si può trovare anche nelle tre sale che a Castagnole Monferrato, in provincia di Asti, compongono il Museo del Ruchè immerso tra i suoi stessi vigneti. Un piccolo gioiello ideato da Luca Ferraris, vigneron alla guida dell’omonima azienda, e dedicato alla storia e alla conoscenza del Ruchè di Castagnole Monferrato Docg, una piccola perla enologica sempre più apprezzata. Un percorso multimediale ed esperienziale che ha trovato sede nella casa dove è iniziata la storia imprenditoriale della famiglia Ferraris.

Quella del Ruchè è una storia moderna e straordinaria, che inizia da un parroco, don Giacomo Cauda, artefice della riscoperta, a inizio degli anni Sessanta, di questo vitigno semi aromatico da cui si ottiene un rosso elegante, profumato e fruttato. Figura a metà strada tra Dom Pérignon, che la leggenda vuole artefice della nascita dello Champagne, e Don Camillo, per il suo carattere eccentrico, don Cauda diede una nuova speranza a un piccolo territorio del Monferrato che rischiava di essere abbandonato. «Se non ci fosse stato don Giacomo Cauda, oggi non esisterebbe il Ruchè – assicura Luca Ferraris –. Questo vino ha un crescente successo e non conosce crisi, nonostante il momento di riflessione per il comparto enologico. Oggi se ne producono poco più di un milione di bottiglie vendute in tutto il mondo a un prezzo sempre crescente. Merito anche dell’introduzione della tipologia Riserva, che noi produttori abbiamo fortemente voluto».

La vigna del parroco, una storia per il futuro

Don Cauda fu un prete sperimentatore. Arrivato a Castagnole Monferrato nel 1964, trovò in dote alla parrocchia pochi filari di un vitigno allora rude ma che, nel tempo, trasformò in un prodotto straordinario, inconfondibile per le sue note speziate e floreali. Gli esordi non furono facili tanto che, all’acquisto della Vigna del parroco, si fece promettere dai parrocchiani che, se necessario, avrebbero acquistato dieci vendemmie delle uve per non mandare in bancarotta la chiesa. Lavorando duramente, salendo sul trattore anche il Venerdì Santo, e dedicando ogni momento libero alla coltivazione della vigna, grazie a questo vino riuscì a costruire servizi per la comunità locale, facendo rifiorire il paese. Un impegno che nel 1987 lo portò ad arrivare fino a Roma, al Ministero, per richiedere la Doc, evoluta in Docg nel 2010.

Luca Ferraris ha ereditato la Vigna del Parroco nel 2016, con la promessa di continuare a valorizzare questo vigneto, unico cru riconosciuto della denominazione esteso su circa due ettari, e i suoi frutti. «Il Ruchè di Castagnole Monferrato – racconta Ferraris - è un vino che si distingue per le sue originali caratteristiche e per la capacità di dare vita a vini profumati e freschi in gioventù o complessi e strutturati nelle versioni invecchiate». Un vino che ha la piacevolezza di un pinot nero e l’eleganza di un nebbiolo. «Al naso sembra per eleganza un bianco del Trentino-Alto Adige mentre in bocca è un vino caldo ed equilibrato come i grandi vini piemontesi». Speciale è anche il significato che esso ha per il tessuto sociale locale: «Il Ruchè oggi rappresenta l’elemento identitario e l’attività economica più florida della bellissima area del Monferrato in cui ci troviamo».

Un giorno al museo: tre sale per tre esperienze

Un’identità ben espressa dal Museo, costituito da tre diverse sale che insieme raccontano la storia, i territori, e i protagonisti presenti e passati che hanno reso questo vino celebre a livello mondiale. L’itinerario inizia con la narrazione storica: nella prima sala si parte dalla ricerca dell’oro in California - dove il bisnonno di Luca Ferraris trovò fortuna – fino ad arrivare ai documenti, strumenti di lavoro, e macchine agricole recuperati dalla famiglia. Si conclude con la figura del già citato don Cauda, che per primo, già negli anni ’60, credette nelle potenzialità dell’uva, recuperando gran parte dei vigneti da tempo abbandonati.

La seconda sala è un omaggio al Monferrato: foto e video abbracciano completamente il visitatore che compie l’esperienza di immersione nel territorio anche attraverso le postazioni olfattive dove si esplorano i profumi profondi del Ruchè. In questa sala il protagonista è Randall Grahm, enologo americano, pioniere dell’introduzione di alcune varietà di vite francesi in California con la sua Bonny Doon Vineyard, amico di lunga data di Luca Ferraris e antesignano sostenitore del Ruchè negli Stati Uniti già nel 2003.

Nella terza sala, il visitatore può immergersi nella storia moderna di Ferraris e del Ruchè, dalla «malora» ai successi di questo vino, con un docu-film che dà voce ai protagonisti storici e attuali. La denominazione si estende su sette comuni dell’astigiano - Castagnole Monferrato, Grana, Montemagno, Portacomaro, Refrancore, Scurzolengo e Viarigi – ed è inclusa nel novero delle denominazioni gestite dal Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato.

Ultima tappa della visita al Museo è una affascinante discesa agli inferi, o meglio nell’infernot di casa Ferraris la cui pietra, bianca arenaria qui nominata anche «da Cantoni», permette la conservazione negli anni delle bottiglie grazie all’umidità e alla temperatura che mantiene costante. Un locale suggestivo, scavato a mano nel tufo, che fa parte di quella serie di infernot che, assieme agli splendidi vigneti, hanno fatto divenire il paesaggio vinicolo del Monferrato Patrimonio dell’Umanità Unesco.

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