Il vino non è mai stato soltanto una bevanda, è pane liquido, piacere quotidiano, simbolo sacro, presenza domestica. Nella Firenze del medioevo è stato merce tassata e linguaggio del potere, attraversando ogni spazio della città: le mense dei priori e le celle dei mercanti, le taverne dell’Oltrarno e i palazzi delle grandi famiglie, le buchette scavate nei muri per vendere al minuto, i cantieri del Duomo — dove Brunelleschi faceva distribuire vino diluito agli operai durante il lavoro — e le gabelle che regolavano la sua circolazione con la stessa attenzione riservata al sale.
Fin dal Trecento, Firenze aveva un rapporto organico col vino. Una delle tredici Arti maggiori, quella dei Vinattieri, ne disciplinava il commercio; la città traeva da esso una delle principali entrate fiscali; i toponimi lo testimoniano ancora oggi: via della Vigna Vecchia, via della Vigna Nuova, Santa Maria tra le Vigne (oggi nota come Santa Maria Novella). Le viti venivano coltivate anche dentro il circuito delle mura, creando un vero e proprio continuum tra città e contado, tra spazio produttivo, spazio amministrativo e spazio simbolico, perché l’ultima cerchia di mura, iniziata nel 1333, non verrà raggiunta urbanisticamente fino all’Unità d’Italia, lasciando ampio spazio alle coltivazioni.
Il vino era anche segno di cittadinanza e di civiltà: lo bevevano tutti, persino i bambini, in forma annacquata perché considerato più salubre dell’acqua; assieme allo zucchero era l’unico cibo considerato una medicina in assenza di altri nutrimenti per gli ammalati, incapaci di masticare.
Visitando Palazzo Vecchio, simbolo civico, politico e identitario della città, da sempre centro del governo comunale ed ora anche sede del Comune di Firenze oltre che museo, non è difficile trovare testimonianza di quanto brevemente descritto. Già nel primo cortile del palazzo, detto di Michelozzo perché a lui si devono importanti interventi a metà del Quattrocento, le possenti colonne e gli imponenti pilastri vengono ingentiliti grazie a fini rilievi di stucco dorato e decorati proprio con pampini, tralci e grappoli d’uva, a simboleggiare un’epoca di abbondanza e fasto e a rimarcare l’ancestrale legame fra la città e questa pianta ed esaltare il vino come elemento distintivo di civiltà e della religione cristiana ( la Vigna del Signore). Nello Studiolo di Francesco I, un putto colto nell’atto di vendemmiare — nell’Allegoria dell’Autunno di Francesco Morandini — rientra in una cosmologia pittorica che intreccia stagioni, umori, elementi e tempo, mentre nel Salone dei Cinquecento, tra le opere antiquarie volute da Ferdinando de’ Medici, compare la statua di Bacco,giovane, coronato di vite, affiancato da Pothos, Hermes e Apollo, segno di un’idea di felicità misurata, armonia colta, abbondanza rituale.
E ancora, nei quartieri di Eleonora di Toledo, tra le grottesche di Ridolfo del Ghirlandaio e i soffitti dipinti dal Bronzino, si rincorrono grappoli, melograni, agrumi, frutti e pampini: ornamenti agricoli trasformati in simboli politici. Si potrebbe continuare ma è solo l’esempio di come la viticoltura fosse al centro della vita politica e sociale della città e tuttora, in modo differente, ne sia uno dei segni distintivi.
A distanza di secoli, un piccolo gesto agricolo, in qualche modo, ridà forma a questo racconto e restituisce una parte della memoria storica della città. Esattamente un anno fa, nel marzo 2024, sulla collina che domina Firenze dal piazzale Michelangelo, è nata la Vigna Michelangelo. Un vigneto urbano composto da 700 barbatelle — Sangiovese, Canaiolo, Foglia Tonda, Pugnitello, Colorino del Valdarno — coltivate ad alberello, la forma più antica di allevamento conosciuta, che non utilizza i soliti filari di fili di ferro ma prevede che ogni pianta sia appoggiata a piccoli tutori di legno.
È una forma di allevamento che richiede una lavorazione esclusivamente manuale a pieno vantaggio della qualità, in un impianto che adotta la forma “quinonce”, con gli alberelli disposti geometricamente sui vertici di un quadrato,disegnando un vigneto-giardino spettacolare.
Il progetto è stato curato dall’agronomo Stefano Bartolomei e dall’enologo Emiliano Falsini ed è seguito con dedizione dalla famiglia Fittipaldi Menarini, che ha trasformato la casa di famiglia in un luogo agricolo, paesaggistico e simbolico, affidandolo al lavoro delle quattro figlie di Maria Fittipaldi Menarini: Carlotta, Giulia, Serena e Valentina. Affacciata sul Giardino dell’Iris, la vigna guarda la cupola del Brunelleschi e i tetti di San Niccolò, in un paesaggio che riconnette cielo e suolo, cultura e natura.
Non è un caso isolato ma è parte dell’Urban Vineyards Association, rete internazionale che riunisce esperienze analoghe da Parigi a Venezia, da New York a Torino e non è solo un progetto enologico ma anche uno spazio didattico, paesaggistico, ecologico. Coltivare una vigna in città, oggi, significa riattivare un sapere ma anche restituire biodiversità, permeabilità, respiro. Studi della Fao, dell’Unione Europea e dell’Istituto Nazionale di Urbanistica lo confermano: le colture urbane sono strumenti concreti di mitigazione ambientale, rigenerazione sociale, resilienza climatica.
Nel Decameron, Giovanni Boccaccio descrive la campagna fiorentina come “piena d’ogni frutto, d’alberi e d’orti belli e di viti tutte intorno”: un paesaggio che non è naturale, ma costruito dall’intelligenza umana, in cui la bellezza nasce dalla misura, dalla cura e dall’uso condiviso. E il vino non è solo piacere ma porta con sé intelligenza, relazione e cultura incarnata. Anche questa vigna — geometrica, urbana, attraversabile — non è dunque solo nostalgia agricola, ma anche progetto paesaggistico e culturale e restituisce al paesaggio cittadino una funzione attiva, non decorativa: non solo dunque ciò che si guarda, ma ciò che si abita, si coltiva, si attraversa.
E se il vino ha perso in parte nel tempo molte delle sue funzioni diffuse — alimentari e terapeutiche — per essere racchiuso principalmente nella sfera del gusto, questo restringimento non ne ha cancellato il valore sociale. Accostare un cibo a un vino, cogliere un profumo, sono gesti che raccontano ancora un’antica alleanza tra paesaggio e cultura, che continua ad accompagnare, in modi diversi, il nostro immaginario e la nostra vita. Con Vigna Michelangelo il racconto, semplicemente, continua.