Riuscire a cogliere lo spirito del tempo in un periodo storico così complesso e mutevole per il mondo del vino è un risultato che Cavit ha raggiunto unendo strategia, territorio e un po’ di fortuna. Dalla diversificazione dei mercati alla segmentazione dei canali di vendita, passando per la naturale predisposizione degli oltre 6.350 ettari alla produzione di bianchi e bollicine, il consorzio trentino nato nel 1950 dall’unione di alcuni viticoltori raccoglie ora i frutti di una strategia decennale. Un approccio che può essere sintetizzato nel concetto di “qualità accessibile”. Detto diversamente: vini di alta qualità con un posizionamento competitivo. Una visione che oggi trova piena conferma nelle nuove aspettative di un consumatore più consapevole.
«Copriamo più del 60% della superficie vitata del Trentino – afferma Enrico Zanoni, direttore generale di Cavit – e questo ci permette diversi gradi di diversificazione della nostra attività: per segmenti di mercato, dalla Gdo al fine dining; tra vini fermi e spumanti, quest’ultimi trainati dal Metodo Classico Trento Doc cresciuto dal 5 al 35% della produzione; in termini geografici, con un export in 70 Paesi, di cui 5 o 6 fanno la differenza. Approccio che intercetta l’evoluzione del consumatore attento non solo alla qualità percepita ma anche al valore della spesa. Un consumatore che si chiede: perché spendere certe cifre per una bottiglia? Noi abbiamo la presunzione di rispondere: per la qualità, spesso superiore alle attese».
Per farsi un’idea, basta un sorso di Trentodoc Altemasi Gran Cuveé, tiraggio 2021, l’ultima novità lanciata sul mercato da Cavit nel canale Horeca nel 2024 e composta dalle migliori selezioni di tre annate diverse di vini Chardonnay (2018, 2019, 2020) con lo scopo di esaltare i caratteri fondamentali del Trento Doc: freschezza, struttura, eleganza e longevità a cui si aggiungono note agrumate e sentori di marzapane. Un mix perfetto per l’aperitivo, risultato di un affinamento che avviene prima in legno, poi in acciaio e successivamente in cemento a cui segue un imbottigliamento insieme ai lieviti che, dopo la fase di presa di spuma, resteranno a contatto con il vino per oltre 30 mesi.
Oppure il Trentino Doc Riserva Chardonnay Maso Toresella 2023, da uve che provengono da un cru storico dell’azienda, nelle vicinanze del Lago di Toblino, zona dal clima sub-mediterraneo su cui soffia l’Ora del Garda, e sarà disponibile sul mercato fra qualche mese sulle tavole dei ristoranti. Ideale da affiancare a un primo della tradizione milanese come il Riso al salto, proposto durante la degustazione alla Trattoria del Ciumbia, locale del gruppo Triple Sea Food capitanato da Leonardo Maria Del Vecchio.
Sempre nel fuori casa, spazio ai rossi con il Kelter Lagrein 2021 Trentino Doc Riserva. «Queste uve nascono da un vitigno coltivato fin dal 1700 nelle zone pedecollinari della valle dell’Adige, a Roverè della Luna e in Vallagarina sul conoide di Besenello dove si sfrutta il metodo della pergola inclinata che, a causa del cambiamento climatico – ricorda l’enologo Andrea Faustini – da limite si sono trasformate in opportunità, permettendo ai grappoli maggiore protezione dal sole. Questa è la seconda annata che presentiamo e fa parte della linea Trentini Premium, un vero e proprio omaggio all’arte della vinificazione locale». E pure il risultato di un’attività di zonizzazione resa possibile dall’implementazione del progetto Pica (acronimo di Piattaforma integrata cartografica agriviticola).
Lanciato nel 2010, in collaborazione con la Fondazione Edmund Mach e la Fondazione Bruno Kessler, si tratta della mappatura di ogni ettaro vitato di cui sono state analizzate la conformazione geologica, la tipologia di terreno, la radiazione solare, l’altitudine e l’esposizione. Informazioni tradotte all’interno di un’interfaccia digitale a uso e consumo del lavoro sul campo che permette di individuare con precisione scientifica le varietà di uve più adatta ad ogni singola zona, pianificare lo sviluppo dei vigneti e convertire le coltivazioni seguendo l’evoluzione dei mercati, con importanti vantaggi per il business.
«Oggi non è semplice individuare i fattori di scelta del cliente. Indubbiamente ci sono delle fascinazioni che i prodotti si sono conquistati con il tempo e fanno sì che il consumatore ricerchi quella tipologia di vino, quel marchio o quella cantina. Ma il prezzo non è tutto e anche il bevitore meno affinato ormai pretende un’esperienza di gusto di qualità, spendendo il giusto», ricorda Zanoni. D’altronde, più dei dazi sono i cambiamenti di consumo a porre i maggiori interrogativi: «I rossi sono significativamente in flessione, i bianchi tengono, le bollicine continuano a crescere, seppure con ritmi meno sostenuti. Questo perché il vino perde di quotidianità e diventa sempre più consumo occasionale e gli spumanti, che da sempre hanno connotazione, si conquistano nuovi spazi di consumo: a tutto pasto, in abbinamento alla cucina etnica oppure healthy o vegetale. In generale si cercano vini meno strutturati, meno complessi, di facile beva ma con una loro personalità, storia e legame territoriale – prosegue Zanoni – E noi abbiamo un asso nella manica: la Schiava, il vitigno per antonomasia del trentino. Un rosso dal gusto secco, con sottofondo piacevolmente amarognolo di mandorla e lampone, di facile beva, anche servito fresco. Il frutto di un lavoro filologico, in linea con lo spirito del tempo».