Per la “Generazione Next” del vino siciliano, innovazione e sostenibilità non sono parole di tendenza, ma strumenti di lavoro. Un codice operativo condiviso da chi oggi si ritrova in cabina di regia nelle aziende, spesso con un bagaglio tecnico più solido dei predecessori e uno sguardo che parte dal vigneto ma arriva dritto al sistema. All'interno di Assovini Sicilia, questo gruppo eterogeneo e crescente si muove con lucidità e intenzione, superando le dinamiche familiari e la retorica del “ritorno alla terra” per portare sul tavolo scelte operative, misurabili, replicabili. A emergere non è un’identità generazionale, ma un nuovo metodo. Innovare significa innanzitutto riconoscere che fare viticoltura in Sicilia nel 2025 vuol dire gestire il cambiamento climatico, i costi delle materie prime, la scarsità d’acqua, il disallineamento tra domanda di mercato e identità territoriale. Sostenere significa ridurre l’impatto ambientale senza sacrificare qualità e marginalità.
In questo contesto si muove Grégoire Desforges, presidente di Baglio di Pianetto, che ha impostato un lavoro basato sulla mappatura altimetrica dei vigneti, la riduzione dell’uso di input chimici grazie all’agricoltura di precisione e un sistema aziendale autosufficiente in termini idrici. “Abbiamo installato una capannina meteorologica, creato un bacino artificiale e concentrato la produzione in quota: innovare per preservare è il principio base.” Oggi la cantina lavora con un approccio che integra tecnologia e cultura locale: dalla valorizzazione delle comunità arbëreshe alla selezione di vitigni autoctoni resilienti, ogni scelta punta a lungo termine.
La stessa logica guida Totò Navarra jr. a Butera, dove la sostenibilità è storica, ma oggi viene riletta con criteri oggettivi. “Mio nonno rispettava la terra per istinto. Noi oggi lo facciamo con strumenti come il Sustainability Impact Rating, per rendere visibile ciò che prima era solo prassi.” L’azienda lavora con protocolli ambientali certificabili, utilizza materiali a basso impatto e ha costruito una narrazione coerente tra prodotto, paesaggio e responsabilità sociale. Qui sostenibilità significa anche promuovere il benessere di chi lavora in azienda, riportare valore al territorio, comunicare il vino come atto culturale. Un altro fronte è quello agronomico, dove si gioca gran parte della sfida ambientale.
A Camporeale, Enrica Spadafora ha scelto di non irrigare, di abbandonare i fertilizzanti chimici e di portare l’uomo in vigna al posto dei trattori. “Il nostro vetro è più leggero, le capsule sono state eliminate, usiamo il favino per fertilizzare naturalmente e lavoriamo con energia solare. Sperimentazione e rispetto sono le uniche strade possibili.” In vigna si applicano rotazioni, sovescio, copertura permanente del suolo e tecniche di minimo intervento meccanico. In cantina si ottimizzano i consumi energetici, si minimizzano gli scarti e si pianifica per il lungo termine. Sostenibilità, per lei, è anche sottrazione. Non solo cosa si fa, ma cosa si decide di non fare più.
È su un altro versante ancora che si muove Federica Bonetta, junior general manager del Baglio del Cristo di Campobello, azienda che lavora 65 ettari con metodo biologico, gestione razionale dell’acqua, vinificazione per micro aree e forte legame con il suolo gessoso. Ma il suo focus è soprattutto sul capitale umano. “Credo profondamente nella diversity inclusion. Chiedo feedback, stimolo il dialogo, cerco equilibrio tra vita e lavoro. Credo in una leadership che tenga conto delle differenze anagrafiche e che valorizzi le competenze senza barriere.” Nella sua visione, l’innovazione passa anche dall’organizzazione del lavoro, dalla qualità del clima interno e da una cultura d’impresa che superi il modello individualista. Il suo contributo al progetto “Generazione Next” è stato netto: promuovere un cambio di passo nel modo in cui le aziende vitivinicole comunicano con i territori e tra loro.
A completare questo mosaico di esperienze, c'è Serena Costanzo, giovane enologa e agronoma di Palmento Costanzo, realtà situata a Passopisciaro, sul versante nord dell'Etna. Dopo un percorso di studi che l'ha portata dall'Università di Catania a Montpellier e Bordeaux, Serena è rientrata in azienda con l'obiettivo di studiare e innovare. “Stiamo lavorando tantissimo sia in vigna che in cantina per orientarci sempre di più a un approccio all’enologia meno invasiva, che si traduce in un utilizzo ridotto della solforosa. In vigna, sperimentiamo diverse potature in periodi differenti dell’anno per contrastare le gelate e stiamo riflettendo su un sistema di irrigazione adeguato ad affrontare i periodi più difficili. La messa a dimora della barbatella con 40 gradi non si può fare.” La sua attenzione si concentra anche sullo studio del Carricante, vitigno autoctono dell'Etna, per valorizzare le peculiarità dei diversi versanti. “Lo scorso anno abbiamo iniziato lo studio del Carricante dai vari versanti per applicare un metodo scientifico sul concetto di cru, che può raggiungere un valore ancora maggiore. Camminare fra le vigne è la cosa più importante; conoscere il perimetrale è fondamentale per riconoscere dove c’è una maggiore qualità. Rinascere da terra”.
Il tema è stato al centro anche dell’ultima edizione di Sicilia en Primeur, dove proprio queste esperienze sono state portate come esempio di un sistema in transizione. Il risultato è una Sicilia che si muove in silenzio, ma con determinazione. Una regione che ha compreso come la vera modernità non sia parlare di sostenibilità, ma praticarla. In questa generazione non c’è nostalgia e non c’è bisogno di eroi: c’è la volontà di ristrutturare la viticoltura dal basso, azienda per azienda, scelta dopo scelta. Innovazione e sostenibilità non sono i titoli di un convegno, ma la base del lavoro quotidiano. E il fatto che a portarle avanti siano under 40, oggi, è quasi secondario. Quello che conta è che queste idee abbiano già cambiato il modo di fare vino in Sicilia. E la sensazione, chiara, è che abbiano appena cominciato.