Prima che si parlasse di stadi dotati di ristoranti, con negozi dove fare la spesa, costruiti con coperture anche avveniristiche per evitare la pioggia, andare a vedere una partita era un’esperienza sportiva a tutti gli effetti, anche da un punto di vista fisico. Se la primavera e l’autunno erano stagioni clementi con i tifosi, più che altro era l’inverno la stagione veramente dura da affrontare, quando il freddo attanagliava gli spettatori ed il desiderio di una bevanda calda si faceva decisamente sentire. Solo che, per non perdere un minuto della partita, non era possibile allontanarsi da proprio posto ed andare al bar a bersi un thè caldo; impensabile quasi accedere durante l’intervallo vista la folla ed erano in pochi i saggi che usavano l’accortezza di portarsi un thermos da casa. Da qui vista la domanda crescente, l’esigenza di creare delle bevande che potessero essere consumate al proprio posto, rifacendosi magari alla tradizione di sapori conosciuti.
Nel passato era forte l’idea che bere un prodotto alcolico servisse a combattere il gelo, una credenza soprattutto diffusa all’interno del popolo maschile. La necessità aguzzò l’ingegno e furono così messe a punto due ricette di liquori come quello al caffè ed il punch al mandarino, dal colore arancione, da poter preparare in anticipo. Il successo fu tale che trasformarle in un prodotto industriale diventò la naturale evoluzione. I venditori passavano sugli spalti tra gli spettatori con il thermos, che conteneva le bottigliette di vetro della porzione studiata a dovere, create apposta per soddisfare tali bisogni e, prima di berlo la temperatura era così alta che si utilizzava la bottiglietta per scaldarsi le mani. Il punch al mandarino nasce nell'ambito della tradizione italiana dei punch, bevande calde e alcoliche diffuse sin dal XIX secolo.
Originariamente di origine britannica, si è radicato in Italia grazie alla sua capacità di riscaldare e rallegrare, soprattutto in occasione di eventi sociali o pubblici. Per la sua preparazione si utilizzano succo di mandarini e scorze di agrumi, uniti a una base alcolica, zucchero e spezie come cannella e chiodi di garofano. L’Italia, con la sua ricca produzione di agrumi, è stato quindi il terreno ideale per la nascita di varianti locali di questa bevanda, anche se spesso, rispetto all’alcol puro, in quello fatto nei bar e in casa si preferiva sempre utilizzare il rum, magari quello “fantasia” che dell’originale non ha nessuna parentela.
Per quanto riguarda il liquore al caffè, il primo ad affermarsi è stato il Caffè Borghetti nato nel 1860 grazie ad Ugo Borghetti, il gestore di un bar della stazione ferroviaria di Ancona. L’intuizione fu quella di trovare un gusto che potesse soddisfare il viaggiatore, che poteva così ristorarsi e tenersi sveglio durante i viaggi fatti spesso in vagoni senza riscaldamento, ma anche il cliente locale, che lo preferiva ad altre bevande calde. La diffusione fu tale negli stadi che il nome era diventato Caffè Sport. La base è costituita da alcol al quale si aggiunge lo sciroppo di zucchero e caffè ristretto, con la presenza di vaniglia e talvolta cannella. Tra le varianti attuali si usa spesso impiegare la sambuca o un liquore all’anice proprio perché asseconda il gusto di tutti coloro che preferiscono correggere il proprio caffè con questi liquori. Oggi che c’è il divieto di consumare bevande alcoliche oltre una certa gradazione all’interno degli stadi, per motivi di ordine pubblico, la tradizione è stata abbandonata, ma la possibilità di poterla riprendere è possibile, creando bevande dello stesso gusto ma prive di alcol, un bere contemporaneo che occhieggia piacevolmente al passato.