Sono passati cento anni dalla morte di Rudolf Steiner, padre della biodinamica, metodo agricolo che basa tutto sulla prevenzione. Prevenzione che significa anche non intervenire - io prevengo, ma cerco di non intervenire - come spiegato da Michele Lorenzetti, biologo ed enologo, moderatore del convegno “Viti dimenticate: la passione dei vignaioli biodinamici Demeter recupera le varietà autoctone”, da poco concluso nella giornata inaugurale di Slow Wine Fair 2025 a Bologna Fiere.
Una prevenzione che parte anche dalla fertilità del suolo, curato con molta passione, perché attraverso la fertilità del suolo si può contare sull’attitudine della pianta ad avere maggiore resilienza e capacità di reagire ai problemi. “Con la biodinamica noi valorizziamo sempre la complessità dell'azienda agricola - continua Lorenzetti -, che secondo il disciplinare Demeter deve avere gli animali, quindi il tema della complessità, di avere le genetiche protette, conservate all'interno dell'azienda è di fondamentale importanza. Difendiamo il valore della biodiversità, impegnandoci a recuperare quei vitigni che possono avere opportunità importanti perché sono resilienti, non hanno bisogno di molti trattamenti e sviluppano un tenore alcolico più basso, in linea con le tendenze odierne”.
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A spiegare l’importanza della conservazione del germoplasma locale ci ha pensato Francesco Bordini, agronomo e vignaiolo, titolare di Villa Papiano a Modigliana, ricordando il cambiamento subito dai vigneti circa un secolo fa, a causa della fillossera. “Si è persa la biodiversità e la variabilità genetica, causata dall’incapacità di salvare i vitigni, quindi molti vignaioli si sono avvicinati al monovarietale. Quello della Borgogna con il Pinot fu il caso più clamoroso, ma in Italia la viticoltura non è mai stata così. Al Sangiovese ad esempio si sono sempre accompagnate altre varietà come il Trebbiano e il Ciliegiolo. Nella mia azienda abbiamo vigne vecchie dove abbiamo piantato Negretto e Balsamino, vitigni molto resistenti che arricchiscono il colore di Trebbiano e Sangiovese. Sono accompagnatori delle varietà più importanti”.
Quello delle vigne vecchie, culla ideale delle varietà dimenticate, è un tema ricorrente nel dibattito proseguito da Danila Mongiardi, vignaiola e titolare dell’azienda agricola Al di Là del Fiume a Marzabotto. Un intervento che ha sottolineato il valore sociologico e culturale del loro impegno. “Ariola ha scelto di ripartire dai vitigni autoctoni, dopo la fillossera, e grazie a lui nel 2005 ne abbiamo piantato alcuni. Produciamo prevalentemente Albana ma anche Alionza e Montuni, entrambi spettacolari e aromatici. Costituiscono un valore aggiunto che regala molto alla biodiversità. In particolare, abbiamo trovato notizie risalenti al 1300 che parlano di Albana e Alionza, possiamo dire che fanno parte della storia del nostro paese e già allora venivano definiti vitigni a bacca bianca particolarmente interessanti”.
Mongiardi ha poi rivelato un’analisi storica da cui è emersa la natura contadina dell’Albana, tagliato con il Trebbiano da cui si otteneva un vino quasi grezzo, da portare in tavola tutti i giorni, mentre la Barbera era il vino della domenica, o comunque da riservare alle occasioni di festa. “Abbiamo riscoperto la storia dei nostri nonni riportandola all’attualità moderna perché tutto parte dalle radici, del campo e della nostra vita”. Un legame, quello tra esperienza sociale e agricola, che traccia i contorni più romantici dei viticoltori biodinamici a cui non manca, però, lo spirito imprenditoriale come confermato da Paride Benedetti, agronomo e vignaiolo, titolare della Tenuta Santa Lucia di Mercato Saraceno. “Dal 2000 produciamo solo vino, non solo Albana, Pagadebit e Trebbiano, ma anche il Famoso”. Che Famoso poi tanto non è, dal momento che per molto tempo si è trattato di un vitigno quasi sconosciuto, praticamente scomparso e poi tornato in vita grazie all’impegno di Benedetti e di altri produttori di Mercato Saraceno.
“Pensavamo si trovasse anche in altre parti d’Italia, magari con un altro nome - precisa Benedetti -, ma l’analisi del Dna ci ha smentiti. È un vitigno semi aromatico, nel 2022 ha ottenuto la Doc ma quando abbiamo iniziato a produrlo potevamo semplicemente scrivere ‘vino bianco’ in etichetta. Oggi, quando partecipo alle varie fiere mi rendo conto che è una vera chicca, un prodotto unico che si è nel tempo guadagnato una bella fetta di estimatori”. In definitiva la spinta dei viticoltori biodinamici verso la protezione di questi vitigni rari e dimenticati è sempre più forte, passando dalla passione, dalla tradizione e dalla cura dei terreni effettuata tramite sovesci per ottenere quell’uva perfetta che consente la “mano invisibile” in cantina, e la produzione di vini moderni, poco alcolici e ricchi di acidità.