“Devi ancora mangiar polenta” è il titolo di un capitolo dell’ultima autobiografia – “La mia vita controvento” – del leggendario alpinista Reinhold Messner, il primo uomo ad aver scalato senza ossigeno supplementare tutti i 14 Ottomila della Terra, pubblicata per i suoi 80 anni compiuti lo scorso settembre. Un’immagine che richiama da un lato il rapporto di Messner con i piatti semplici di montagna, e dall’altro le asperità dell’alpinismo che si devono affrontare per raggiungere quasi le stelle.
L’esploratore e scalatore sudtirolese in questi giorni si trova nella sua baita a Solda, nello stesso paese dove aveva aperto il MMM Ortles (Messner Mountain Museum), oggi gestito dalla figlia Magdalena, dedicato al tema del ghiaccio, e la trattoria Yak&Yeti, accanto al museo, che offre specialità delle montagne sudtirolesi e himalayane.
Messner racconta a Il Gusto il suo veglione di Capodanno che trascorre con la moglie Diane, «in semplicità, come ho sempre fatto in passato e soprattutto nella mia infanzia e giovinezza», dando priorità all’essenziale, agli affetti, ai sapori che possono ricordargli il percorso di una vita sovente vissuta in solitudine, sulle vette più alte del mondo e nei territori più inospitali, o nella normale quotidianità di montagna condivisa da ragazzo con i numerosi fratelli, facendo rinunce, eliminando il superfluo, per arrivare ad apprezzare intensamente un cibo anche se povero. «Ho un ricordo molto nitido del Capodanno e del primo dell’anno quando ero bambino – dice Messner – la sera si consumava un pasto molto leggero e la mattina si andava sempre a fare una gita sciistica con le pelli e sci molto grezzi insieme ai miei genitori, sotto le Odle nella Val di Funes. Formavamo una piccola colonna sulla neve perché eravamo tanti bambini, a piedi fino al fondo della valle dove c’era l’ultimo maso che esiste ancora oggi e si chiama Ranui Hof, uno dei più antichi masi della Val di Funes, già citato nel 1300 (attualmente ospita una residenza dove si può soggiornare e fare colazione, ndr). Da lì partivamo con le pelli per arrivare fino a dove si poteva, nello zaino una borraccia di thè caldo, un po’ di speck e pane nero duro». Il sapore di quello speck per Messner è indimenticabile e accompagna ogni volta il passaggio da un anno all’altro.
«Lo speck è un po’ un simbolo – aggiunge – come le mele, di quella semplicità di cui parlavo. Mi ha spesso accompagnato nelle salite in alta quota e nelle spedizioni. E racchiude l’esperienza e la dedizione dei contadini dei contadini altoatesini».. Una particolare eredità immateriale e valoriale che si trasmette nel tempo attraverso il gusto. Chi è convinto che per festeggiare il Capodanno sia indispensabile un menù sontuoso, dovrebbe discuterne con Messner e probabilmente cambierebbe idea. «Quest’anno io e mia moglie staremo qui a Solda a 2000 metri, nella casa dove passerò la mia vecchiaia. Come da tradizione, non può mancare l’unico piatto che ha sempre caratterizzato il mio Capodanno e in generale questo periodo di festività in famiglia: è il dolce classico del Sudtirolo che farciamo con la marmellata, o con i crauti come fanno in Val Pusteria, o con il formaggio. Noi normalmente lo prepariamo con la marmellata di lamponi e di mirtilli, a me piace tantissimo, nella tradizione dolomitica è più una merenda. Si scalda il burro e si aggiunge il latte, per poi unire il lievito e la farina mescolando. Si mette nella pentola dove c’è il grasso puro, anche di maiale, grasso di burro fuso, molto caldo. Il krapfen si mangia semplicemente con le mani, è un piatto che avrà sicuramente migliaia di anni, perché è sempre stato a base di ingredienti semplici, come la farina o i mirtilli che si raccoglievano nei boschi. Noi ragazzi di 8, 10 anni, andavamo a prendere i mirtilli per nostra mamma per fare la marmellata che usava anche per i krapfen, ricordo che una volta ne portammo a casa 20 chili. Questa autosufficienza, questa capacità di adeguarsi e di accontentarsi di poche cose ma buone, oggi manca».
In un certo senso queste considerazioni confermano la sua concezione dell’alpinismo che è sempre consistita nell’essere autonomi, portando da soli l’attrezzatura e il cibo fino alla vetta. Uno stile minimalista che in qualche modo ha applicato anche al menù di Capodanno. Perfino per i suoi 80 anni, si è concesso un assaggio di speck, seduto sull’uscio di casa ai piedi dell’Ortles, in una mattina di sole e cielo terso. La cultura della montagna passa anche attraverso il ritorno all’essenzialità. «È un fatto culturale – riflette Messner – è il rapporto, la tensione, tra uomo e montagna. Ci sono dei valori che vorrei trasmettere per il futuro dell’alpinismo e della montagna. Grazie a Diane ho deciso di proseguire con l’attività della mia Fondazione con il progetto Messner Mountain Heritage con cui vogliamo raccontare la dimensione culturale della montagna. Nel 2025 andremo in Pakistan a verificare il lavoro delle scuole che abbiamo costruito con la Fondazione. Investiremo ancora nelle vallate più alte dell’Himalaya a sostegno delle fasce più fragili. E visiteremo il Sherpa Himal Museum a Namche, che abbiamo realizzato con gli sherpa. A inizio anno andremo anche in Antartide dove mi hanno invitato come narratore di questo continente che ho attraversato più volte».