Donatella Cinelli Colombini: “La Toscana sui vini bianchi è ferma al palo, serve una svolta”

Il Barone Francesco Ricasoli con Donatella Cinelli Colombini a Merano
Il Barone Francesco Ricasoli con Donatella Cinelli Colombini a Merano 

L’imprenditrice di Montalcino al Merano Wine Festival con Farinetti: “Il Brunello deve avere il coraggio di innovare, tutelando l’ambiente. Il Barone Ricasoli: “Il Chianti Classico sta rinascendo, ma va alzato il prezzo. E attenzione all’overturism”

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“Il problema della Toscana, in questo momento, riguarda i vini bianchi: siamo fermi al palo”. Donatella Cinelli Colombini, donna del vino per eccellenza e produttrice fra le più rinomate al mondo, non usa giri di parole, fedele al suo stile schietto e chirurgico nelle analisi. E al Merano Wine Festival, al fianco del Barone Francesco Ricasoli, produttore simbolo del Chianti Classico, e a Oscar Farinetti nel ruolo di mattatore, traccia un quadro preciso e interessante della Toscana del vino, senza risparmiare i vulnus, come quello della lacuna dei bianchi nell’entroterra della regione. Un punto debole, nella terra che produce i rossi più amati del mondo (Brunello, Chianti Classico, Bolgheri…) e che – riflette l’imprenditrice - in qualche modo va colmato. Soprattutto in un momento storico in cui, complice la crisi climatica, la richiesta di vini bianchi cresce in tutto il mondo.

A sinistra, Oscar Farinetti con Francesco Ricasoli e Donatella Cinelli Colombini a Merano
A sinistra, Oscar Farinetti con Francesco Ricasoli e Donatella Cinelli Colombini a Merano 

“C’è il Vermentino in Maremma, che fa dei bei numeri, ma è sulla costa. Nell’interno, invece, mancano vini di bandiera, e va fatto un ragionamento: negli ultimi anni il Trebbiano (bianco toscano per antonomasia, ndr) ha perso il 30% della superficie vitata per via degli espianti. Certamente bisogna sostenere di più la Vernaccia, vino storico, che ha un grande potenziale d’invecchiamento, ma che nel contempo presenta delle difficoltà commerciali importanti”, riflette Cinelli Colombini. E allora che fare? “Bisogna muoversi a livello regionale – risponde la Donna del Brunello – e mettere sul tappeto questo tema, facendo uno studio su quali vitigni a bacca bianca puntare, in che zone piantarli e come, senza aspettare che arrivino degli “eroi” a fare da apripista”.

Le fa eco Ricasoli, che questo percorso l’ha già intrapreso nella sua storica azienda nell’affascinante Castello di Brolio, a Gaiole in Chianti (Siena). “C’è un ritorno del Trebbiano di qualità, anche noi lo stiamo producendo proprio con l’obiettivo di realizzare un bianco di alta gamma. Bisogna però puntare su un’attenta selezione già dalla vigna, ed espiantare solo le viti che non garantiscono l’eccellenza”.

La prossima sfida della Toscana del vino è dunque già scritta. Ma anche parlando dei vini simbolo della regione, i produttori devono rimboccarsi le maniche, senza dare nulla per scontato. In particolare in Chianti Classico. Lo sottolinea lo stesso Ricasoli, erede del “Barone di ferro” Bettino Ricasoli, già presidente del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia, il primo dopo il Conte di Cavour. È stato Francesco, che di mestiere faceva fotografo di successo still life a Firenze, a riprendere il mano l’azienda di famiglia nel 1993 e a rilanciarla: “Il Chianti Classico, dopo secoli di grande affermazione, ha vissuto negli anni passati una fase discendente. Da una decina di anni a questa parte sta rinascendo, e il percorso è ancora in atto. Ma bisogna alzare ancora l’asticella, e aumentare il valore. Non va più bene tenere il prezzo basso, bisogna invece valorizzare le diverse sfumature dei nostri vini: la bellezza del territorio sta anche e soprattutto nella differenziazione stilistica del Sangiovese. Abbiamo 11 sottozone che danno un messaggio chiaro al consumatore sulla tipicità del vino, e in questo senso la Gran Selezione ha dato grande impulso nella riscoperta del vitigno. Ricordo che, in tutto, nel Chianti Classico le vigne rappresentano 7mila ettari, cioè solo il 10% della denominazione, ciò dà l’idea della biodiversità incredibile che abbiamo, con una percentuale altissima di bosco”.

E deve guardare avanti, nell’ottica della sostenibilità, anche il territorio del Brunello di Montalcino, pioniere del successo del vino italiano nel mondo, come ricorda Donatella Cinelli Colombini: “A Montalcino fino all’Ottocento si produceva il cuoio. Onore al merito di Bondi Santi che, tenacemente, ha tenuto a valorizzare la qualità del vino. Ma il Brunello, fino a metà Novecento, era appannaggio di degustazioni private. Poi, persone come mio nonno si fecero portatrici di una visione ampia, attraverso investimenti esterni con la creazione di reti commerciali grazie alle quali il vino riuscì a sfondare il monopolio francese, soprattutto negli Usa, entrando pian piano negli hotel e nei ristoranti”. Affermazione condivisa da Farinetti, che pone l’accento su come i toscani abbiamo fatto da apripista anche al Piemonte nei mercati esteri: “Negli Stati Uniti in particolare, abbiamo avuto la strada aperta dai toscani, sono stati i primi a esportare i vini italiani di alto livello all’estero”, è la riflessione del fondatore di Eataly.

Nei decenni successivi, il territorio di Montalcino si è mosso compatto, dando vita a iniziative come Benvenuto Brunello, con l’assegnazione delle stelle alla qualità del vino in anticipo rispetto ad altre denominazioni, per andare incontro alle esigenze del mercato. “Certo – riflette Cinelli Colombini – ci sono stati anche degli scivoloni come Brunellopoli, ma i produttori hanno saputo trasformare questa esperienza negativa nell’occasione per fortificare il brand”.

Oggi nel territorio ilcinese ci sono 300 aziende molto diversificate, alcune di proprietà estera, di gruppi internazionali, altre molto piccole. “Una forte eterogeneità – dice la produttrice - E c’è stato rallentamento in capacità di innovare”. Ma allora, a questo punto, qual è la sfida del Brunello? “Montalcino dovrà prendere iniziative sull’ambiente, in difesa del suolo per meglio definire la propria identità – dice la viticoltrice - Abbiamo un grande vino che però deve dimostrare coraggio e andare avanti, proporre cose nuove non solo nel marketing, ma anche e soprattutto nel rispetto dei suoli. E riproporsi con più convinzione come meta del turismo del vino”.

Lo stesso discorso vale per il Chianti Classico, come ricorda Ricasoli: “In Toscana il Chianti Classico è l’area più colpita dall’overturism e deve dare l’esempio di regolazione del turismo – dice il produttore – L’enoturismo deve diventare strumento di tutela e sviluppo del territorio”.

E se si parla di overturism, le Langhe in Italia sono il territorio più colpito in assoluto, come ricorda Farinetti: “Il mio mentore Bartolo Mascarello ha definito gli abitanti delle Langhe “gente colpita da improvviso benessere”. La verità è che il territorio lo fanno gli eroi che vi hanno vissuto. E oggi più che mai c’è bisogno di muoversi uniti, pur mantenendo ciascuno la propria peculiarità, quella unicità nella diversità che fa grandi le aziende italiane rispetto al resto del mondo, Francia compresa”.

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