Il vino cinese (e anche un po' austriaco) che, dopo 2000 anni, vuole conquistare il mondo
Una bellissima e ricca struttura in perfetto stile francese nel cuore della Cina. È il castello in cui nascono le produzioni di Château Changyu Moser XV, azienda che unisce l'avanguardia nella produzione vitivinicola cinese e la sapienza della famiglia di origine austriaca Moser. E che può contare su un territorio dalle condizioni climatiche perfette: ore di luce solare più lunghe del normale e sbalzi di temperature abbozzati dal vicino deserto del Gobi, caldo di giorno e freddo di notte. Per iniziare la loro ascesa internazionale hanno deciso di sbarcare anche in Italia. Un obiettivo ambizioso? No, se si pensa che si stanno preparando da duemila anni
Francesco B. Fadda
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C’era una volta il vino in Cina. Tutto ebbe inizio durante la dinastia Han (206 a.C - 220 d.C), ovvero oltre 2000 anni fa. E il viatico, il primo vero sistema commerciale vitivinicolo, era la Via della Seta. In questo periodo il vino era considerato un prodotto di élite, destinato solo alla corte imperiale, ma nel giro di pochi secoli tutto cambiò. Nel 138 a.C., l'inviato speciale della dinastia Han, Zhang Qian, al suo ritorno da una visita ufficiale nelle regioni più occidentali raccontò che “attorno alla località di Dayuan, la gente beve un tipo di vino prodotto con uva, mentre i loro cavalli si nutrono di erba medica.”
Lo stesso Zhang Qian ritornò in quelle terre per studiare e “copiare” - corsi e ricorsi storici - il vino e la tecnologia viticola, al fine di diffondere quanto imparato anche nelle Pianure Centrali. Era l’inizio dell’industria del vino in epoca Han. Ma la diffusione, quella vera ed estesa, anche popolare, oltre la famiglia imperiale e i dignitari di corte, raggiunge il suo apice con Li Shimin della Dinastia Tang, considerata una delle più potenti della storia cinese, oltre 800 anni dopo.
Non solo in epoca Tang il vino iniziava a essere un prodotto consumato da tutta la nazione, ma si fece strada anche nella cultura e nella tradizione cinese. Uno dei massimi poeti del periodo, Li Bai (noto in Occidente anche come Li Po) nella poesia Al vino scrive “La mia giovane sposa è in sella al cavallo, portando con sé vino e tazze d'oro; ha gli occhi truccati di nero e indossa stivali di seta rossa, canta nel suo dialetto con voce aggraziata. Durante il banchetto si ubriaca tra le mie braccia, come potrei comportarmi da nobiluomo sotto la tenda del baldacchino?”. Il vino, oltre agli oggetti d'oro, era diventato parte integrante della dote delle giovani ragazze in età da matrimonio. Non era più destinato solo all’élite, ma consumato e scambiato anche a livello popolare. Il castello dell'azienda Château Changyu Moser XV
Dinastie e imperatori continuano a susseguirsi, e il vino continua a diffondersi in tutte le regioni dell’impero, percorrendo altri 900 anni di storia cinese, fino all’inesorabile declino in periodo Ming, quando la scoperta di nuove tecniche di fermentazione e distillazione favorirono la produzione della grappa di sorgo nelle Pianure Centrali. Non aveva stagionalità, si conservava meglio, aveva una gradazione più alta. Fu la fine del nettare divino.
Per arrivare alla fondazione della prima cantina “moderna” in Cina, è necessario aspettare diversi secoli. Ovvero fino a quando nel 1892, un diplomatico cinese d'oltremare Zhang Bishi non stabilì a Yantai, nella provincia dello Shandong, il vigneto e la “fabbrica” di vino che chiamò Zhang Yu Wine Company. Zhang introdusse vitigni occidentali di buona qualità e la produzione meccanizzata, sostituendo i contenitori di ceramica, precedentemente usati per conservare il vino, con botti in legno di quercia. Importò più di 500 mila piante di vite provenienti dagli Stati Uniti e dall'Europa spianando così la strada alla moderna produzione di vino in Cina, supportato da un viticoltore austriaco: August Wilhelm Baron von Babo, primo viticoltore di Changyu.
Dopo più di 125 anni di crescita oggi Changyu oltre a essere un gruppo vitivinicolo a tutti gli effetti con azionisti internazionali, che possiede e gestisce otto castelli e altrettante cantine in tutta la Cina, è anche il più grande produttore di vino della nazione.
Ancora un salto temporale e, in qualche modo, epocale. Nel 2013, il 18 di agosto, è stato inaugurato nei pressi di Yinchuan, capitale della provincia di Ningxia, nuovo cuore pulsante della produzione vinicola in Asia, Château Changyu Moser XV. Obiettivo dichiarato: far parte delle migliori aziende al mondo. Con un investimento equivalente a 70 milioni di euro, necessari per la costruzione del castello, che ospita un'importante barricaia cesellata da oltre 1.500 barrique e una linea di imbottigliamento all’avanguardia, il gruppo Chanyu ridisegna i destini del vino nell’impero celeste. Qui ogni fase della produzione si svolge internamente: la viticoltura, la pressatura, la fermentazione, la maturazione nella barricaia e l'imbottigliamento. Ma non solo tecnologia e attenzione produttiva. Nella bellissima quanto “fuori luogo” - per architettura e design - struttura di totale e assoluto stile francese, anche un museo che illustra la storia della viticoltura cinese e il lungo percorso di Changyu sin dalla sua fondazione. Diverse sale sono invece dedicate al nascente enoturismo in chiave orientale. Lenz M. Moser V
E se per la “casa” si è curato ogni minimo particolare, anche per ammantarla dell’allure stilosa di stampo franco-europeo nulla è stato lasciato al caso neanche nella scelta della terra più vocata. La regione della Ningxia infatti, si trova a “soli” 1.330 chilometri a ovest di Pechino, nucleo della Cina occidentale, quella che lambisce i margini del deserto del Gobi ed è tagliata dal Fiume Giallo che inizia il suo viaggio carico di energia e nutrimento dalle pendici incontaminate dell’altopiano tibetano. Qui, nella zona di Helan Mountains, 1.100 metri sopra il livello del mare, le condizioni climatiche e ambientali sono semplicemente le migliori possibili. Le ore di luce solare più lunghe del normale - circa 3.000 contro le 2.052 del Bordeaux - aiutano le uve a maturare completamente, spingendole verso un gusto più carico e fruttato. Gli sbalzi di temperature abbozzati dal vicino deserto, caldo di giorno e freddo di notte, confermano la freschezza delle uve, prevalentemente Cabernet Sauvignon.
Il nome, Château Changyu Moser XV, è la summa delle due anime che hanno dato vita all’azienda. Changyu, appunto, vera avanguardista nella produzione vitivinicola cinese e la famiglia di origine austriaca Moser. Combinazione perfetta tra le ambiziose aspirazioni e la voglia di emergere della Cina nel settore e la tradizione europea sostenuta da ben 15 generazioni nel mondo del vino. Nonostante la differenza culturale tra le due anime della maison, Changyu e la famiglia Moser condividono la stessa visione: essere i primi dalla Cina a emergere a livello mondiale.
Lenz M. Moser V, entusiasta rappresentante della quindicesima generazione dei Moser, famosi viticoltori austriaci, è il “chief winemaker” di Château Changyu e insieme al suo alter ego locale l'enologo Fan Xi, controlla ogni fase della produzione, trasferendosi in Cina per l'intero periodo della vendemmia. Qui tutto deve essere curato nei minimi particolari per raggiungere i risultati non solo sognati, ma programmati. La qualità delle uve e il conseguente risultato produttivo è il frutto della costante ricerca del tipico e autentico stile vinicolo della regione. La Ningxia.
E seppure non si tratta di una dinastia imperiale, quella dei Moser, ancora una volta è una famiglia a dare linfa vitale al vino prodotto in Cina. Oltre la Muraglia, in direzione dell’occidente più competitivo, quello che da sempre è coperto dalle più nobili etichette francesi e italiane. Francia, Germania e Italia sono i mercati da cui partire alla conquista del Mondo. E proprio in Italia, da ottobre 2020, Château Changyu Moser XV, entra a far parte della distribuzione del Gruppo Meregalli, con una selezione di quattro referenze tutte a base Cabernet Sauvignon.
Helan Mountain White, Blanc de Noir da Cabernet Sauvignon. Intenso e affascinante nel colore, meno nei profumi. Un sorso elegante e avvolgente, netto ma un pelo corto rispetto alle aspettative. Vincente in assoluto nel rapporto qualità prezzo. Convincente.
Helan Mountain Red. Cabernet Sauvignon di carattere. Spezia orientale, aromi di frutta concentrata e sapori che non ci si aspetterebbe mai da un vino così giovane. Tannino certamente “ruspante”, ma proprio per questo simpatico e incalzante già dal primo sorso. Un gran bel disegno enologico.
Moser Family White. Ancora un Blanc de Noir Cabernet Sauvignon, primo al mondo affinato in barrique francesi. Sul filo dell’eccesso di opulenza, il legno si sente immediato e il frutto maturo in bocca rischia di annoiare se non avesse un tono di freschezza e sapidità importante, che riporta il giusto equilibrio. Vino che parla francese in tutte le sue sfumature, necessario un buon abbinamento gastronomico. Esigente.
Purple Air Comes From The East Red - The Icon. Inutile dirlo, Cabernet Sauvignon. Fresco e generoso nel sorso. La ciccia, il frutto, è una carezza che appaga il palato con grande puntualità. Il legno è eccessivo, ma previsto, mezz’ora di attesa nel calice risolve il problema. Eleganza, finezza e intensità, chiudono un grandioso calice. Edonistico.
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