E se la strada l’ha tirato su a scapaccioni, è altrettanto vero che i tempi della gavetta ai fornelli sono iniziati prestissimo: prima sguattero di cucina (“Sì, perché pure quello ho fatto: lo scriva”), poi ragazzo di bottega e brigata, e dopo tanti altri “poi”, eccolo capo chef del Crowne Plaza Malpensa (ristorante gestito dalla Società Ristohotel per cui lavora in questo momento) a un tiro di voce dal grande aeroporto lombardo.
La prima scelta è stata da bambino: o la strada o un mestiere, e così ho scelto, mentre andavo scuola, di avvicinarmi a ciò che già mi affascinava: il mondo del cibo e della cucina. Le prime esperienze furono nella pizzeria dello zio, dove si facevano, rigorosamente a legna, anche casatielli e panini con la sugna, fragranti e profumati come non ne ho visti più. E poi nei ristoranti dove all’inizio facevo di tutto: la spesa, le pulizie in cucina… e intanto guardavo, imparavo. Poi sono arrivate le “stagioni” di lavoro, i primi soldi, l’emancipazione professionale e personale, e finalmente le basi acquisite di una professione che mi ha portato via da Napoli, prima ad Amalfi, poi in Sicilia e a Malta e quindi a Milano, la città che mi ha adottato quassù al nord. Sempre continuando a imparare
Io voglio far sentire felice chi prova la mia cucina. Detto così sembra semplice, scontato… ma lo è molto meno se contestualizziamo la situazione. Il ristorante è bello, elegante e accogliente, ma è altrettanto vero che la maggior parte dei clienti è qui in transito, molti per un lavoro che li porta lontano da casa, altri perché, loro malgrado, sono rimasti a terra per i motivi più disparati… La maggior parte di loro è stanca dopo ore di viaggio, e poi sì, qualcuno che ha perso l’aereo sta proprio “in.....to nero”
Quindi ecco la magia. E’ quando queste persone, sedute a tavola, si rasserenano e sorridono dopo avere inforcato uno scialatiello di mare: è il piatto che mi porto dietro ovunque, con lo zest di limone ‘ncoppa: è il mio timbro di fabbrica. E davvero, mi creda, non c’è soddisfazione più grande di lasciare a queste persone il ricordo di una cena che si godono tutta d’un fiato. Molti di loro, tornati in Italia, sono ripassati apposta di qui
E poi la quotidianità, la famiglia, le due bimbe piccole cui si dedica non appena può… perché anche al nord, i figli so' pezzi 'e core.
Ci sono poi i gusti degli avventori, “tanti e diversi come le cucine del mondo: noi dobbiamo accontentarli tutti, cercando di trasmettere il buono della tradizione italiana ma con la giusta flessibilità che deve tener conto dei diversi precetti alimentari tradotti nelle diverse culture d’origine. Insomma, semplificando il tutto… ce facimmo ‘nu mazzo accussì”.
I piatti distillano entusiasmo per la terra d’origine e d’adozione, con una bella cura cromatica e di presentazione: c’è la reinterpretazione del crostone di polenta con mela, sedano e crema di Gorgonzola, i paccheri ripieni, serviti in piedi con un bel contrasto di temperature e la bisque che induce la scarpetta di fine piatto. Poi il mare creativo con le piccole verdure e, da ultimo, la fantasia partenopea, a tratti persino opulenta, dei dolci a briglia sciolta.
Le lancette tagliano il nastro delle undici e mezza di sera: giusto il tempo di una stretta di mano, dopo il caffè che arriva troppo tardi al tavolo dell’intervista e fa agitare bonariamente lo chef (…guagliò, un quarto d’ora fa te l’ho chiesto! Vabbuò, và a vedere se l’areo del Brasile coi chicchi è atterrato, eh!). Crimaldi sparisce in cucina a gestire i suoi ragazzi, naufraghi nella notte e nella nebbia, perché già ci sono nuovi viaggiatori in arrivo alla reception (efficientissima). Il pilota di cucina corre a preparare gli scialatielli, ma con la testa sempre in rullaggio su nuovi piatti, e una valigia di sogni, ambizioni e ingredienti sempre pronta a far decollare, alta, una fantasia che nasce da radici lontane.