La transumanza è iniziata quando è iniziata la storia del rapporto di scambio tra uomo e animali, quando cioè, l’uomo da nomade cacciatore/raccoglitore è diventato “allevatore”, molto meno nomade, ma comunque sempre legato al mutare delle stagioni e quindi, del territorio circostante.
La transumanza intatti non è altro che lo spostarsi in base alla stagione calda o fredda, da un posto meno ricco di cibo per il bestiame, a un posto più rigoglioso in termini di vegetazione stagionale autoctona. Quindi il pastore transumante è colui il quale, con l’appropinquarsi dell’estate, sposta il bestiame dalla pianura calda e secca, alla montagna fresca e ricca di pascoli sempre verdi, e logicamente fa il contrario in autunno.
La transumanza quindi è sempre un rincorrere la stagione fresca, per far stare le mandrie il meglio possibile (per avere il latte migliore possibile), è quindi “il primo e unico vero metodo di allevamento etico – come ci spiega Carmelina Colantuono, la mandriana molisana, tra i principali sostenitori della candidatura Unesco di questa antica pratica – noi pastori transumanti non facciamo altro che far vivere gli animali nel modo più naturale possibile, perché loro naturalmente si sposterebbero alla ricerca dei pascoli più verdi, e per istinto sano già il percorso che devono compiere per trovarli”.
Carmelina oggi porta avanti con orgoglio il mestiere del casaro e del pastore transumante, nella sua azienda a San Marco in Lamis produce soprattutto caciocavalli da latte crudo di razza podolica e manteche (scamorze tipiche con cuore di ricotta): “La mia famiglia fa questo da cinque generazioni, siamo cinque fratelli, due cugini, le rispettive famiglie, e ora stanno entrando in azienda anche le nuove generazioni, in totale siamo quasi una ventina”. E quando è il momento, nell’ultima luna piena di Maggio, tutti a cavallo seguono il gregge in quella che viene definita una “transumanza orizzontale” di 180 km dalla calda e arida piana foggiana del Tavoliere, fino ai freschi monti Molisani di Frosolone (provincia di Isernia), a 1400 metri.
“Il viaggio dura cinque giorni – racconta Carmelina – attraversiamo due regioni, tre province e venticinque comuni. Ripercorriamo antichi tratturi (le “strade” dei pastori – ndr) alcuni in perfette condizioni, altri quasi del tutto scomparsi o sostituiti da vere e proprie strade asfaltate per il traffico delle auto”. In effetti la pratica della transumanza oggi deve fare i conti con una pesante distruzione del sistema viario originario, utilizzato fino ai primi anni del secondo dopoguerra: lo sviluppo economico e l’implementazione delle infrastrutture viarie extraurbane e autostradali dagli anni ’50 in poi, ha pressoché cancellato la stragrande maggioranza degli antichi percorsi: “Durante il nostro viaggio – spiega la mandriana – ci troviamo spesso a percorrere strade asfaltate, borghi cittadini e sarebbe impossibile senza il supporto della polizia stradale. Una volta ovviamente era tutta campagna, e questi problemi non c’erano”.
Tratturi interrotti, ma la tradizione continua, e si rinnova, ed ecco che la transumanza diventa anche un piccolo (per ora) e interessantissimo motore per lo sviluppo del turismo e agri-turismo extra-urbano: “Noi partiamo sempre in 15, ma arriviamo in un centinaio - racconta Carmelina – ormai sono tantissime le persone che insieme a noi compiono la transumanza, magari solo un tratto, o magari tutta, a piedi, a cavallo come noi, o in bicicletta. A Maggio, quando è ora di partire lo scriviamo sulla nostra pagina Facebook (https://www.facebook.com/carmelina.colantuono.1)e da lì inizia il tam tam, il passaparola e la gente si organizza: 5 giorni, più o meno 5 tappe, le aree di sosta sono quelle storiche della transumanza, quindi sono attrezzate, ma chi vuole può dormire in tenda, sennò ci sono gli alberghi”.
Tutto questo per un solo scopo: fare il miglior formaggio possibile.